di Matteo Manca
Il libro di Mario Medde, Anni giovani, il sogno di una cosa, racconta dell’impegno di una generazione di giovani, lungo un arco di tempo importante anche per la Sardegna, quello dei due Piani di rinascita, e la vita di un paese come il nostro, ma che potrebbe essere quella di una qualsiasi altra piccola comunità dell’Isola. Raramente le vicende trattate nel libro sono state raccontate in modo così diretto e approfondito. Vicende anche del nostro e nel nostro paese che non è facile raccontare.
Una storia che inizia in un periodo di grandi cambiamenti, quando il ricordo della guerra era ancora presente, mentre iniziava a soffiare anche da queste parti, seppur più lentamente, il vento del ‘68 e delle conquiste sociali. È proprio in quel contesto, affascinante e difficile, che interviene un gruppo di giovani impegnati nel sociale e nella politica, un gruppo che nel tempo – come spesso accade – si è poi diviso, ha preso strade diverse, ma che ha dato un contributo fondamentale alla costruzione del paese, di Norbello, come lo conosciamo oggi.
Ed è proprio per questo che era del tutto naturale e giusto inserire questo libro nella programmazione del Festival Radici, che da diversi anni il Comune organizza come momento di promozione della cultura e di rafforzamento della identità della nostra comunità.
Tra l’altro, questa è una edizione che a me è ancora più cara per l’opportunità che ci offre, nei diversi suoi contenuti, di dare risalto al vero significato della parola radici. Oggi troppo spesso si parla di radici in modo improprio, non solo in Sardegna, ma ovunque, in particolare nei piccoli centri; si tende infatti a confondere le vere radici di un paese con un insieme di rituali e tradizioni che appartenevano a un'epoca storica, non per scelta o per precise caratteristiche, ma semplicemente perché le regole, talvolta gli stili e i comportamenti individuali e collettivi, erano dettati dalle condizioni di vita: abitudini nate dalla mancanza di mezzi, di opportunità, a volte anche di istruzione. Ma quelle, appunto, più che radici, erano condizioni comuni a tutti i paesi e per questo non caratterizzanti. Le radici vere sono altre, sono ciò che rende davvero specifica una comunità. Dunque non un folclore standardizzato, neppure qualcosa da esibire e da vendere ai turisti, ma qualcosa di specifico e da comprendere. L’identità di Norbello, da questo punto di vista, è un'identità particolare, con caratteristiche spesso diverse anche da quelle di altri paesi del territorio.
Questo libro esplora quello che sono convinto si debba intendere per radici, senza banalizzarne il concetto o renderlo un ostacolo al futuro e alla positiva evoluzione. Le vere radici di Norbello sono state, sempre, dalla fine degli anni sessanta in poi, la capacità di tante persone, singolarmente o in gruppi più o meno giovani, di andare oltre il consolidato, oltre l’accontentarsi, la mediocrità, e il “si è fatto sempre così”.
Le vere radici parlano della capacità di sognare, di cambiare il proprio paese, di farlo evolvere, di immaginare qualcosa di più, non solo per sé stessi, ma per la comunità. Obiettivi che producono quella mobilità sociale che è la caratteristica più importante dello sviluppo di un Paese, e che riguardano i figli di operai, di contadini, di impiegati che attraverso il lavoro e i sacrifici delle loro famiglie hanno avuto la possibilità di studiare, o di valorizzare le proprie competenze, comunque di maturare, crescere e di affermarsi, così contribuendo a una società più libera, più consapevole e ricca di capacità culturali.
Proprio per questo il nostro paese ha negli anni proposto l’esempio di persone che hanno raggiunto risultati importanti, piccoli o grandi, in ambito lavorativo, politico, culturale, professionale e artistico.
Ecco, stanno qui le vere radici della nostra comunità, nella capacità e volontà di rinnovarsi e di alzare l’asticella senza accontentarsi.
Il libro Anni giovani. Il sogno di una cosa racconta tutto questo. Ma fa anche qualcosa di più. Affronta un tema difficile, che spesso nel nostro paese si preferisce evitare: parla delle contrapposizioni politiche, soprattutto a partire dagli anni ‘70, che sono state forti, a volte dure.
Spesso si tende a non parlarne, per non riaprire divisioni, l’autore del libro, invece, le affronta con grande equilibrio e serenità.
Perché solo una persona che ha raggiunto una propria realizzazione personale piena può permettersi qualcosa che non è per tutti: riconoscere il valore anche di chi, nel tempo, ha preso strade diverse; di chi non è stato sempre allineato, ma che ha comunque avuto un ruolo e ha dato un contributo positivo allo sviluppo del nostro paese.
Questo è un segno di intelligenza, ma anche di serenità e di consapevolezza di quanto si è seminato e raggiunto. Mettere da parte le divergenze per restituire a tutti il giusto posto nella storia di una comunità è la condizione per raccontare una storia non di parte.
Anni giovani. Il sogno di una cosa deve essere visto non solo come un libro, ma anche come un documento importante, che resterà nella memoria del paese. Un contributo che aiuta a non dimenticare soprattutto quegli anni in cui Norbello è cambiato ed è diventato quello che oggi conosciamo. Tutto questo assume ancora più valore perché la storia locale viene inserita dentro un contesto più ampio, regionale, che in quegli anni ha vissuto trasformazioni profonde.
Ritengo dunque sia di vitale importanza per la nostra collettività, oggi più che mai, trasmettere alle nuove generazioni il messaggio di questo testo; ossia che a prescindere dalle divisioni che nasceranno, dalle diversità di vedute, vale sempre la pena sognare, e con entusiasmo, per costruire qualcosa e volare alto, per sé stessi e per la comunità nella quale si vive.
Spero che questo libro sia di buon auspicio affinché il nostro paese, al di là delle differenze politiche o caratteristiche personali, abbia sempre al suo interno delle persone capaci di sognare e di immaginare un futuro all'altezza di questi sogni.
Una frase del libro è a questo proposito significativa ed emblematica, e a me è piaciuta in modo particolare: «In quegli anni anche noi avevamo il sogno di una cosa. Il figlio del carabiniere, del pastore, del muratore, dell’operaio, dell’impiegato pubblico. Coltivavamo tutti la speranza di un futuro migliore, un'idea di positivo cambiamento. L'impegno nella comunità lo si pensava come qualcosa che poteva garantire maggiori opportunità di giustizia sociale e di libertà».
* Intervento del sindaco di Norbello Matteo Manca alla presentazione del libro di Mario Medde Anni giovani. Il sogno di una cosa.
Aula consiliare del Comune di Norbello, 11 aprile 2026
