di Mario Medde

Il tempo consuma gli anni e il più delle volte brucia pure i sogni delle persone. Non sono immuni neppure la gloria delle nazioni e il sogno che si portano appresso.

Ventuno anni or sono commentavo, da segretario della Cisl sarda, con una riflessione sulle aspettative e sul sogno dei sardi come popolo, un saggio di Jeremy Rifkin dal titolo Il sogno europeo, pubblicato nel 2004 dalla casa editrice Mondadori. Il sottotitolo era «Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano», che così riassume la tesi centrale del libro.

È trascorso un lasso temporale notevole e tale da verificare senza pregiudizi ideologici non solo la visione di Rifkin nella prospettiva degli anni, ma soprattutto quanto oggi è presente e attivo di quell’immaginario sociale, culturale ed economico che veniva riassunto come “Il sogno americano» e “Il sogno europeo”.

Il sogno americano, sosteneva Rifkin, è figlio del mito, della frontiera e modello di vita per generazioni di molti Paesi; prometteva benessere materiale in cambio di sicurezza e duro lavoro e coniugava crescita economica, ricchezza personale e indipendenza. Dunque ricchezza, esclusività e sicurezza.

Il sogno europeo privilegia invece, continuava Rifkin, qualità della vita, integrazione, relazioni, identità in un mondo interculturale, sviluppo sostenibile.

Rifkin concludeva così il suo saggio: «Condividendo il meglio dei rispettivi sogni, potranno affrontare in modo più sicuro il viaggio comune verso il terzo stadio della consapevolezza umana. Questi sono tempi tumultuosi: su gran parte del mondo sta scendendo l’oscurità. E a molti uomini manca un chiaro orientamento […] Gli americani sono soliti dire che per il sogno americano vale la pena di morire. Facciamo in modo che per il sogno europeo vada la pena di vivere».

Oggi il sogno americano, sempre che sia mai esistito nella coscienza e consapevolezza della multietnica società americana, in particolare in quei vasti strati delle comunità afro e latine, è praticamente svanito, perso nello scoramento degli stessi americani che non hanno una idea positiva del futuro e delle opportunità che il «mito della frontiera» aveva prodotto nell’immaginario collettivo. La stessa democrazia americana, per decenni chiamata ad esempio come modello di libertà individuali, collettive e di promozione dello sviluppo, appare oggi in grande difficoltà e declino per le enormi diseguaglianze sociali ed economiche, e per non aver saputo produrre anticorpi necessari a evitare quelle svolte di tipo autoritario che la presidenza Trump sta mettendo in atto nel Paese e nel mondo. Non è venuta meno la ricchezza e la potenza economica e militare, ma è caduto il mito e il modello si è frantumato anche nelle comunità dell’Occidente.

Come già evidenziato in anni trascorsi, e oggi ancora di più avvalorato da un lungo periodo di esperienza di vita europea a livello istituzionale e politico, l’Europa non appare in grado di competere e di proporsi sia sul versante interno con un’adeguata e unitaria progettualità politica ed economica, sia nella dimensione internazionale, come provano anche le vicende dei dazi imposti da Trump, della guerra in Ucraina, e dell’attacco congiunto degli USA e di Israele all’Iran. Pesano gli interessi degli Stati più forti della UE, ma anche la complessiva scarsa qualità delle leadership europee.

D’altronde, per quanto riguarda “il sogno europeo” non esiste una dimensione culturale così unitaria e territorialmente pervasiva da poter pensare a un modello in grado, nelle aspettative dei cittadini, di proporsi, di essere condiviso e di avverarsi.

Lungo queste brevi riflessioni, tralasciando il “sogno italiano”, assente anche dal punto di vista lessicale, la domanda è se esiste oggi, comunque valutandolo nella giusta dimensione, un “sogno sardo” come prodotto di una indiscutibile identità linguistica e di popolo, e se è presente una nuova visione di positivo e complessivo cambiamento che dal presente si irradia nel futuro, e di cui magari si avvertono già i primi segni segnali. Inoltre, in quale tradizione politico-culturale eventualmente si colloca, e si radica. Oppure si è di fronte a una visione e progetto che è frutto di un radicale cambiamento politico e culturale della società sarda, nei quali trovano risposte le aspettative e i sogni dei sardi?

In una pubblicazione dal titolo Il diritto di sognare Riccardo Petrella sostiene che «Il ruolo del sogno non è di annunciare un avvenimento futuro […] Il sogno è sempre più visto e accettato come il rifiuto di subire il presente».

Sia nell’una che nell’altra interpretazione si tratta di verificare, come altre volte nel passato, se sono consapevoli e diffusi nella comunità sarda i segni e i segnali del cambiamento, e di una strategia che si interroga e dà risposte sul versante economico, sociale, politico e istituzionale. Un interrogativo di lunga data, da quando abbiamo dato per consumate le storiche opzioni dell’Autonomia speciale e della Rinascita, almeno per come le abbiamo praticate come istituzioni sarde e come Stato. Ma è difficile valutare le tendenze in atto e le stesse scelte da adottare per promuovere il cambiamento senza richiamare il contesto globale, europeo e internazionale, che così gran peso hanno anche nelle vicende locali e regionali.

Da evidenziare anzitutto che quanto si vede oggi in Sardegna non è certo riconducibile a quel riformismo che, pure nelle difficoltà, contraddizioni e incompiutezze dell’Autonomia e della Rinascita, ha storicamente accompagnato il processo di inclusione e acquisizione dei diritti di cittadinanza di vasti strati sociali. Un processo che, per più di 50 anni, ha trovato riferimenti e ancoraggi storici, forti e decisivi, nell’idea socialista e comunista, nell’interclassismo cattolico e nel laburismo cristiano, nel sardismo, nella originale presenza del sindacalismo italiano e sardo. Esperienze che, nella loro specificità, diversità e forti contrapposizioni ideologiche e politiche, si sforzavano comunque di coniugare efficienza ed equità, giustizia sociale e crescita, e il riconoscimento del ruolo del mercato in funzione però degli obiettivi più complessivi e primari della collettività.

La cosiddetta seconda repubblica ha «buttato via il bambino con l’acqua sporca», e, con la scomparsa dei partiti storici e la fine delle ideologie, l’auspicato rinnovamento della politica italiana si è infranto nel vuoto politico e strategico dei nuovi partiti e in leadership prive del necessario spessore culturale, politico e istituzionale, utile a traghettare il Paese in un mondo globalizzato e dominato dalla finanza, dal mercato e dalle banche. La visione del futuro si è liquefatta nel debito dello Stato, che pure veniva da molto lontano, nelle compatibilità e vincoli dettati dalla Unione Europea, nelle guerre regionali che però influenzano l’economia mondiale e che trascinano i Paesi nella recessione economica e nell’inflazione. Con la fine del comunismo, della Unione sovietica e del bipolarismo, sembrava si fosse di fronte a una nuova alba del mondo. Era una illusione. In realtà, con il venir meno delle patrie ideologiche, gli Stati e le economie si sono riassettati, governati da giganti finanziari privati, banche centrali, e da potenze mondiali come gli Stati Uniti, la Cina e la Russia.

Oggi non poche democrazie rischiano di evolversi in vere autocrazie, e come scrive Anne Applebaum, che ha pubblicato circa due anni fa il saggio Autocrazie: «Le democrazie non cadono per rivoluzioni, ma perché leader eletti democraticamente adottano le tecniche dell’autoritarismo». Lo stesso diritto internazionale insieme alle istituzioni che lo rappresentavano è ormai finito. Anche nel passato ci sono stati casi di mancato rispetto del diritto internazionale e di aggiramento del ruolo dell’ONU, ma oggi è ancora più evidente la sua crisi a seguito del manifestarsi, in forme e modi del tutto appariscenti e violenti, delle grandi potenze mondiali trasformatesi in veri e propri imperi; la Russia, per la forza militare e l’enorme disponibilità di armi atomiche, la Cina per l’enorme numero degli abitanti, le caratteristiche del potere centrale, il raggiunto progresso tecnico ed economico e l’organizzazione militare, gli USA certamente per la dimensione del suo arsenale militare, per la concentrazione del capitale finanziario, per il peso economico e del dollaro e per l’influenza che determina attraverso la NATO.

È anche con questo scenario che il “sogno dei sardi” deve fare i conti, per i pesanti condizionamenti che esso determina sulla politica e l’economia italiana, e ancora di più sulle aree deboli e periferiche, come viene ritenuta la nostra Isola. Sia il sogno dei sardi come dimensione collettiva, sia come semplice aspettativa individuale dei cittadini, devono entrambi fare i conti con la precarietà degli equilibri politici, istituzionali ed economici, a livello nazionale, europeo e internazionale.

Ma se è vero che il sogno è visto e accettato come rifiuto di subire il presente, dati gli scenari appena sommariamente richiamati, non mi pare che il sogno come aspettativa individuale possa avere grande successo, o andare oltre una ragionevole rabbia, senza minimamente incidere nelle vicende in atto e in una loro positiva evoluzione.

È più utile pensare a una strategia e a scelte che vadano incontro a un sogno dei sardi come popolo e dimensione collettiva. Soprattutto in grado di incidere profondamente nelle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini e nella rimozione delle storiche condizioni di precarietà e subalternità economica, e rivendicando contestualmente le pari opportunità rispetto alle altre regioni del Continente.

A questo fine la questione istituzionale è centrale, rispetto a tutte le altre, nonché propedeutica alla loro soluzione. Ma su questo problema vi è un grande ritardo della politica e delle istituzioni sarde. Anzi, è in atto una iniziativa della Regione rivolta a definire una nuova legge statutaria che mira a una semplice manutenzione dell’Ente e al mantenimento del modello statuale, che così gran parte ha avuto nello spopolamento delle aree interne dell’Isola e nell’accentramento dei poteri e delle risorse finanziarie in capo ad assessorati e alla stessa presidenza della Regione. Viene abbandonata l’idea del trasferimento di consistenti risorse e poteri agli Enti locali e all’Ente intermedio, che aspetta ancora una sua precisa definizione e approvazione. La stessa partecipazione dei cittadini alla programmazione delle scelte dello sviluppo è stata del tutto rimossa a favore di una proposta di revisione dello strumento referendario regionale, che in tutti casi non avrebbe capacità alcuna di incidere nelle scelte dello sviluppo, tanto meno di definire norme e strumenti utili a coinvolgere le rappresentanze economiche, sociali e degli enti locali nella formazione della volontà collettiva come procedura democratica che si muove in termini ascendenti dal basso verso l’alto.

L’alternativa strategica è invece il federalismo cooperativo e solidale, in alternativa a quello fiscale e competitivo che si concretizzerebbe nei fatti con le proposte messe in campo dall’attuale Governo nazionale sul cosiddetto regionalismo differenziato. Contenuti noti come Legge Calderoli, che definiscono le procedure per l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario e la gestione autonoma delle rispettive risorse finanziarie, in attuazione dell’articolo 116 della Costituzione. Sulla legge, però, nel 2024 la Corte Costituzionale ha chiesto modifiche relative al processo di attuazione. Intervento che sta portando oggi a una ridefinizione delle intese tra Stato e Regioni.

Ma questa distinzione (federalismo cooperativo e solidale versus fiscale e competitivo) può non essere esaustiva. Occorre infatti distinguere tra i problemi della organizzazione del potere legislativo e quelli del potere esecutivo e, sempre sul versante nazionale, tra i problemi dell’organizzazione dell’Ente federale (Stato, ma non solo) e i problemi della organizzazione degli Enti federati (Regioni, ma non solo), anche sul versante dei nuovi assetti che possono determinarsi con l’autonomia differenziata e generalizzata.

Rispetto agli Enti federati è prioritaria inoltre l’attenzione ai problemi della organizzazione del potere legislativo. In questa prospettiva di assetto istituzionale sarebbe necessaria una Camera o un Senato delle Regioni, come luogo di sintesi delle volontà maturate presso i singoli Enti federati, cioè le Regioni.

Non solo la logica federale, ma anche quella della specialità autonomistica, deve essere applicata anche e prioritariamente all’interno delle Regioni, nel rapporto Regione-Enti Locali (Comuni ed Enti intermedi). In altri termini le Regioni dovrebbero essere e devono diventare, a loro volta, gli Enti federali nei confronti dei rispettivi Enti Locali federati. D’altro canto, pure nei limiti e difficoltà della Unione Europea, lo Stato italiano è uno degli «Enti federati» che integrano l’«Ente federale» della Unione Europea.

La riforma dell’assetto istituzionale riguarda le due componenti politica e amministrativa, nel senso della partecipazione politica e della funzione amministrativa; quest’ultima ovviamente con una dimensione strumentale. L’assetto amministrativo, cioè l’ordinamento dell’apparato di Governo, deve corrispondere all’assetto politico.

In questa direzione i Sardi hanno a cuore il loro diritto all’autodeterminazione statutaria e all’autogoverno, in funzione di un vero riscatto economico e sociale. La nostra identità-diversità non è solo il dato di partenza della nostra specialità, che va ribadita e difesa, ma è anche il frutto di un riconoscimento avvenuto nella lunga storia dei Sardi.

Sta qui il perdurare di un sogno, non solo come rifiuto delle condizioni presenti, ma anche come annuncio e costruzione di un avvenimento futuro. La realizzabilità, non in attesa di un fatto escatologico, cioè di un destino quasi religioso legato alla fine dei tempi, è strettamente connessa alla credibilità e autorevolezza delle leadership politiche, istituzionali e sociali, alla capacità che avranno di dotarsi di un’adeguata strategia di vasto respiro, saldandola a comportamenti quotidiani in sintonia con i bisogni dei Sardi.

Tutto questo non si vede, anzi le emergenze in atto, e da tempo non adeguatamente governate, hanno messo in discussione alcuni primari diritti di cittadinanza, quali (solo con alcuni esempi) : la prevenzione e cura della salute, con un servizio sanitario dissestato da anni di tagli e di assurde e presunte razionalizzazioni e da una gestione del tutto negativa delle politiche di accesso alla professione sanitaria; il diritto al lavoro con una disoccupazione mascherata da dati che dovrebbero invece evidenziare con maggiore trasparenza la precarietà del lavoro e un numero enorme di inoccupati che non studiano ne lavorano; il diritto alle pari opportunità nella mobilità delle persone e delle merci; l’efficace contrasto alle povertà relative e assolute.

Il problema del ruolo e della funzionalità ed efficacia delle istituzioni sarde diventa in questo contesto ancora più complicato che nel passato, valutando le incidenze che i fatti internazionali hanno pure su una realtà come la nostra e sulla inadeguatezza dei poteri utili ad affrontare tempestivamente le questioni più rilevanti attinenti allo sviluppo sociale ed economico dell’Isola.

Certo, lo si ripete, non poco dipende anche dalla qualità delle leadership. Ma questo non deve essere un alibi per evitare di dotare le nostre istituzioni dei poteri e delle risorse necessarie a garantire le pari opportunità rispetto alle altre regioni. Si pensi al riconoscimento dello status di insularità e a quel che ne dovrebbe conseguire, e alla rivisitazione dei contenuti della specialità istituzionale, in tempi dove il rapporto con lo Stato deve essere affiancato da quello con l’Unione Europea, le cui prescrizioni sono oggi spesso più cogenti di quelle che vengono da Roma.

La costruzione di una nuova Regione diventa dunque imprescindibile per dare continuità e senso al “sogno dei sardi”. A tal fine si impongono due direttrici di marcia: 1) un nuovo patto Regione-Stato, per quel che concerne la forma di regione, i nuovi poteri, le risorse, i rapporti con l’Unione Europea; 2) una tipologia di federalismo interno, con il superamento dell’attuale modello regionale di tipo statuale, il ruolo degli Enti Locali nella programmazione dello sviluppo oltre la dimensione consultiva. Tutto ciò presuppone la redistribuzione dei poteri tra le istituzioni locali e regionali, i nuovi principi della programmazione dello sviluppo e gli strumenti della partecipazione delle organizzazioni sociali ed economiche, l’assunzione dei principi della sussidiarietà, della prossimità e dello sviluppo locale, un nuovo equilibrio nella ripartizione delle risorse finanziarie tra Regione ed Enti Locali.

Il cambiamento istituzionale deve dunque rispondere a una strategia politica evitando di realizzarlo con il metodo dello spezzatino, che non darebbe alcun positivo risultato. Per questo bisogna considerare Statuto speciale, Legge statutaria, nuovi rapporti Regione - Enti Locali – Ente intermedio (o Provincia), riforma amministrativa, come tasselli di uno stesso mosaico.

La difficoltà non riguarda la strategia e l’alto profilo indispensabili ad avviare una stagione riformatrice così configurata, né gli ovvi tempi a ciò necessari, ma, lo si ripete, i gruppi dirigenti in grado, per passione, sensibilità e qualità politica, di farsene carico.

Propedeutica, anche in presenza di un profilo non alto delle leadership, è la promozione e l’avvio di una fase partecipativa su questi temi che promuova il dibattito e il coinvolgimento prima di tutto delle rappresentanze sociali ed economiche, del volontariato, degli Enti Locali e dei cittadini. Si tratta anche di costruire occasioni e specifici momenti e di dare vita a strumenti che valorizzino il ruolo della società di mezzo e delle più rappresentative associazioni.

Non è a tal fine vano ribadire quanto più volte e da anni già scritto in questo sito in tema di partecipazione sociale e di riforma delle istituzioni sarde; per via soprattutto della loro rimozione a livello politico-istituzionale e di dibattito pubblico. L’ Ente Regione preferisce, dal canto suo, non intaccare le rendite di posizione e affrontare aspetti residuali delle riforme o la revisione della legge elettorale in funzione delle aspettative e delle logiche di chi nel momento governa la massima istituzione sarda.

La partecipazione alle scelte delle riforme istituzionali, dello sviluppo economico e sociale deve essere infatti il frutto di una sintesi tra le istanze della società civile e la mediazione politica. Il momento elettorale e referendario non esaurisce la partecipazione alle scelte e alla formazione della volontà collettiva. La cultura della pluralità delle istituzioni di governo e sociali non è una invenzione della politologia contemporanea, è una necessità sorta dall’esigenza di governare la complessità e di regolare le diverse istanze. A maggiore ragione in una fase come l’attuale dove la tendenza nelle democrazie è quella di volgere verso l’autoritarismo, la riduzione dei centri di comando, l’interpretazione personalistica delle norme.

Accanto a una nuova funzione della rappresentanza sociale e del pluralismo si deve sviluppare e rafforzare la consapevolezza che la formazione della volontà pubblica e delle decisioni, che procedeva dall’alto verso il basso e dal centro verso la periferia, deve essere invertita, o quanto meno riequilibrata.

È questo il frutto di un processo politico e democratico che richiede certamente tempo e impegno, ma anche dei processi economici che si affermano per una competitività dei sistemi territoriali e integrati. In questo contesto contano le istituzioni locali, le realtà associative strutturate con autonomia rappresentativa, le imprese, il mondo del lavoro, le risorse “storiche” e quelle acquisite. L’efficienza del sistema migliora se nel territorio si afferma il principio della reale rappresentanza, certo come parte di un più generale sistema di coordinamento e di appartenenza, e in primo luogo il principio di legalità, della eguaglianza e dei diritti della persona.

Per questi motivi e obiettivi è necessario concorrere a produrre “istituzioni”, in senso lato, cioè luoghi e politiche discusse, diffuse e accettate, in grado di consentire ai cittadini e alle rappresentanze sociali di concorrere effettivamente alla formazione della volontà pubblica e al cambiamento.

Così, forse, il “sogno dei sardi” può esistere e affermarsi come aspirazione di un popolo a migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, e nello stesso tempo a conquistare negli anni le pari opportunità e i diritti negati.