Tra passato e presente

Di Mario Medde

La questione salariale non è una novità. In Italia come in Sardegna, si ripresenta periodicamente con caratteristiche diverse ma con un filo conduttore costante: una struttura produttiva a basso valore aggiunto e realtà territoriali profondamente differenziate. L'unica eccezione significativa fu il boom economico degli anni Sessanta, quando la capacità industriale del Nord e i flussi migratori dal Meridione crearono le condizioni per conquiste normative decisive — dallo Statuto dei lavoratori ai grandi contratti collettivi.

Quella stagione mostrò con chiarezza quanto la qualità degli assetti produttivi, la forza delle dinamiche sociali e la rappresentanza politica dei lavoratori siano elementi inscindibili. Una lezione che torna attuale oggi, quando la questione salariale è tornata al centro del dibattito pubblico — nei media, nelle istituzioni, nei partiti — senza che si sia ancora trovata una risposta strutturale convincente.

La Sardegna e le gabbie salariali: una storia da non dimenticare

Per capire il presente, è utile ripercorrere una vicenda storica tanto significativa quanto poco conosciuta: l'abolizione delle zone salariali, un'impresa che partì proprio dalla Sardegna.

Nel 1961 uno sciopero regionale rivendicava un Piano di Rinascita per l'isola, anticipando quella sensibilità unitaria che avrebbe poi caratterizzato le lotte salariali del decennio successivo. Come osservò Giannetto Lay, all'epoca coordinatore regionale della CISL sarda, non fu un caso che l'iniziativa per l'abolizione delle zone salariali partisse dalla Sardegna anziché da altre regioni meridionali:

Non è stato un caso, ma forse da collegarsi a questa particolare esperienza del movimento sindacale sardo, il fatto che l'iniziativa per l'abolizione delle zone salariali sia partita dalla Sardegna e non da altre regioni meridionali, che senz'altro più della Sardegna sentivano il peso delle discriminazioni salariali.

G. Lay, L'esperienza sindacale regionale in Sardegna, in CERES, maggio-giugno 1976.

La prima scintilla si accese nei cantieri della Pertusola, dove i minatori sardi scoprirono di percepire premi di produzione inferiori rispetto ai colleghi della miniera di Raibl, in Friuli. Quella che poteva sembrare una vertenza locale divenne una mobilitazione collettiva destinata a cambiare la politica salariale nazionale. Lo storico Paolo Fadda ricostruisce il momento:

La prima miccia si era accesa nei cantieri della società Pertusola [...]. Questo primo, forte segnale — che costò a quei minatori 24 giorni di occupazione e 4 di sciopero della fame — segnò l'avvio d'una importante lotta sindacale per l'abolizione di quelle zone salariali. Ai lavoratori delle miniere si sarebbero presto aggiunti quelli delle altre industrie localizzate nell'Isola.

P. Fadda, Storia di un sindacato popolare. Cinquant'anni della CISL sarda (1950-2000), Ed. FISGEST.

Il 28 ottobre 1968 uno sciopero generale fu proclamato in tutto il Paese da CGIL, CISL e UIL. In Sardegna, un volantino firmato congiuntamente da Giovannetti, Lay e Motzo indicava la "Giornata di lotta regionale per il superamento sostanziale e definitivo del sistema delle zone salariali", documento che attesta la straordinaria unità d'azione del sindacato sardo. Il 18 marzo 1969, su convocazione del Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, Confindustria e sindacati firmarono l'Accordo interconfederale che prevedeva il superamento delle zone salariali in tre anni e mezzo.

Questa vicenda non è solo storia: dimostra quanto contino la passione, la coscienza collettiva e la capacità di agire in modo unitario quando si persegue un obiettivo di giustizia.

Il quadro attuale: sei nodi strutturali

L'Italia è l'unico Paese dell'OCSE in cui il salario medio reale — misurato a prezzi costanti e parità di potere d'acquisto — sia calato in modo consistente, mentre la media dei Paesi dell'Organizzazione registrava una crescita. In Sardegna questa tendenza si amplifica, per ragioni che non sono congiunturali ma strutturali. Come sintetizza il CREL, «il salario è una parte finale di un percorso di creazione di valore e non una banale determinazione di una tariffa astratta»: un percorso che riguarda l'organizzazione produttiva, il mercato del lavoro, i divari territoriali e i costi dell'insularità.

1. Un tessuto produttivo che cresce in quantità ma non in valore

La produttività dell'industria in Sardegna si attesta al 69,9% della media italiana, quella dei servizi all'83%. Il PIL regionale ha raggiunto nel 2024 i 38 miliardi di euro, ma il PIL pro capite è di 24.155 euro, inferiore alla media del Mezzogiorno e tra i più bassi dell'area centro-settentrionale. La crescita è trainata da turismo, edilizia e agricoltura: settori a basso valore aggiunto, che non migliorano il rapporto tra salari e produttività.

Secondo il Rapporto METE 2025, la retribuzione media annua in Sardegna nel 2024 è stata di appena 13.601 euro, collocando la regione al quattordicesimo posto in Italia. A ciò si aggiunge un drammatico declino demografico: se la Sardegna avesse mantenuto la struttura demografica del 2005, oggi conterebbe oltre 106.000 residenti in età lavorativa in più, con una perdita stimata di 44.238 occupati e 1,7 miliardi di euro di capacità produttiva.

Fonti: Rapporto METE 2025; Banca d'Italia – L'economia della Sardegna; ISTAT – Rapporto BES

2. La precarietà come norma strutturale

Nei primi nove mesi del 2025, solo l'8,9% dei nuovi rapporti di lavoro in Sardegna era a tempo indeterminato: oltre il 90% aveva una scadenza, nella forma di contratti stagionali, a termine, intermittenti o in somministrazione. La tendenza è in peggioramento: la quota di trasformazioni da lavoro instabile a stabile è scesa dal 16% del 2024 al 9,8%, mentre è cresciuta la percentuale di lavoratori a termine da oltre cinque anni (dal 17,1% al 18,9%).

Il risultato è un'estensione della povertà relativa: nel 2025 sono 128.000 le famiglie sarde in questa condizione, diecimila in più rispetto all'anno precedente.

Fonti: INPS – Osservatorio sul precariato; Rapporto SVIMEZ sull'economia del Mezzogiorno

3. Un mercato del lavoro ristretto e poco qualificato

Le retribuzioni contrattuali sono aumentate in Sardegna meno che nel resto del Paese, perché la quota di contratti con rinnovi completati è inferiore alla media nazionale. Il mercato del lavoro è concentrato in pochi settori — turismo, servizi, costruzioni — con scarsa capacità di assorbire profili qualificati, alimentando così un'emigrazione intellettuale strutturale. La ridotta dimensione media delle imprese limita ulteriormente la penetrazione dei mercati e la capacità di investire in ricerca e innovazione.

Fonti: Banca d'Italia – L'economia della Sardegna; ISTAT – Rapporto BES

4. Il divario di genere: doppia penalizzazione

Il divario salariale di genere in Sardegna è tra i più acuti d'Italia. La retribuzione oraria media delle lavoratrici sarde è di 12,4 euro, contro i 16,4 euro della media nazionale. Il part-time involontario riguarda quasi una donna su quattro (23,4%).

Nel 2024 il tasso di occupazione femminile era di oltre 14 punti inferiore a quello maschile (50,5% contro 64,7%). Quasi la metà delle donne in età lavorativa ha smesso di cercare un impiego (44,5%). Solo il 7,3% dei contratti femminili è a tempo indeterminato. Il paradosso è evidente: le donne sarde ottengono risultati scolastici migliori degli uomini — con tassi di laurea superiori — ma questa eccellenza educativa non si traduce in opportunità di lavoro equivalenti. La causa principale è il peso non condiviso della cura familiare, in assenza di servizi per l'infanzia adeguati.

Fonti: ISTAT – Rapporto BES; Rapporto METE 2025

5. I giovani come variabile di aggiustamento

I giovani sardi subiscono la concentrazione massima degli svantaggi: contratti precari, retribuzioni basse, scarse prospettive di avanzamento. Tra il 2014 e il 2024, oltre 630.000 giovani hanno lasciato l'Italia: salari insufficienti, investimenti limitati nella ricerca e mancanza di prospettive di carriera ne sono le cause principali. In Sardegna il fenomeno si amplifica ulteriormente, per la ristrettezza del mercato locale e la concentrazione delle opportunità qualificate solo nei capoluoghi.

Fonti: SVIMEZ; ISTAT – Rapporto BES

6. I costi dell'insularità: un moltiplicatore delle disuguaglianze

L'insularità non è solo una questione infrastrutturale: erode direttamente il potere d'acquisto dei lavoratori attraverso i costi di trasporto, di approvvigionamento energetico e di accesso ai servizi. Il costo complessivo dell'insularità per la Sardegna è stato stimato in 9,4 miliardi di euro.

Secondo uno studio dell'Istituto Bruno Leoni presentato nell'aprile 2026, un'impresa sarda che esporta verso la Penisola sostiene costi fino al 41% più elevati rispetto a un'azienda campana, a causa del trasporto obbligato via mare, della limitata concorrenza nel settore marittimo e dei maggiori costi energetici. Questi extra-costi si scaricano sui prezzi al consumo e comprimono i margini disponibili per retribuire i lavoratori.

Fonti: Istituto Bruno Leoni, aprile 2026; Banca d'Italia – L'economia della Sardegna

Verso una politica economica per la Sardegna

La questione salariale non si risolve fissando una tariffa, ma costruendo un processo di creazione di valore. Ciò richiede una politica economica organica, che persegua due obiettivi complementari: promuovere lo sviluppo economico e sociale della Sardegna e garantire una distribuzione più equa della ricchezza prodotta.

Principi guida

  • Lo sviluppo deve coniugare crescita economica con coesione e solidarietà sociale: più valore aggiunto, più occupazione stabile, riduzione dei divari territoriali e redistribuzione equa.
  • La Sardegna non può farcela da sola: serve un nuovo patto negoziale con lo Stato, con il contributo attivo di tutte le parti sociali.
  • Va rafforzato il legame con le politiche europee e i rapporti euromediterranei, valorizzando l'insularità non solo come svantaggio strutturale ma come leva per ottenere uno statuto speciale.
  • È necessario aprire un capitolo specifico sulle entrate fiscali, negoziando con lo Stato un rapporto più equo in linea con un nuovo Statuto.

Proposte operative

  • Ridurre il divario competitivo tra imprese sarde e nazionali intervenendo su costi energetici, trasporti e infrastrutture di rete.
  • Favorire la crescita dimensionale delle imprese locali attraverso incentivi mirati, fusioni, consorzi e accesso al credito.
  • Attrarre investimenti esterni in settori strategici e innovativi, con una gestione professionale e coordinata dell'attrazione d'impresa.
  • Riformare le politiche attive del lavoro premiando le imprese manifatturiere in crescita, superando l'approccio frammentato attuale.
  • Investire nella filiera formativa — scuola, università, ricerca — come condizione imprescindibile per l'innovazione e il rilancio economico.
  • Riformare la pubblica amministrazione regionale affinché supporti efficacemente le scelte di politica economica e sociale.

La Sardegna dispone di potenzialità straordinarie — nell'economia, nella ricerca, nella cultura. La sfida è integrarsi con l'Europa valorizzando le proprie specificità. Il contesto nazionale e continentale non è favorevole, e i costi dell'insularità sono reali. Ma rassegnarsi equivale a rinunciare al futuro. Con una politica economica decisa e partecipata, con il confronto aperto tra attori economici, sociali e istituzionali, è ancora possibile cambiare rotta.

Riferimenti bibliografici e fonti

• Banca d'Italia, L'economia della Sardegna, aggiornamento annuale.
• ISTAT, Rapporto BES – Benessere Equo e Sostenibile, edizione annuale.
• Rapporto METE 2025, dati sul mercato del lavoro e le retribuzioni in Sardegna.
• INPS, Osservatorio sul precariato, dati 2024-2025.
• SVIMEZ, Rapporto sull'economia del Mezzogiorno, edizione annuale.
• Istituto Bruno Leoni, studio sui costi del trasporto insulare, aprile 2026.
• Paolo Fadda, Storia di un sindacato popolare. Cinquant'anni della CISL sarda (1950-2000), Ed. FISGEST.
• Giannetto Lay, «L'esperienza sindacale regionale in Sardegna», CERES, maggio-giugno 1976.
• Giannetto Lay, CISL sarda e zone salariali, documento celebrativo 50° anniversario CISL sarda, 2000.