di Mario Medde
Il libro
Anni giovani. Il sogno di una cosa racconta di un gruppo di giovani e del loro impegno nel sociale e nella politica di base in una comunità rurale e agropastorale dell’interno dell’Isola.
Le vicende si snodano lungo una fase della storia della Sardegna caratterizzata dall’attuazione del primo piano di Rinascita, dall’avvio della industrializzazione della Sardegna centrale, dalle lotte studentesche alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, dal positivo protagonismo di importanti leaders della politica sarda e nazionale. A volte l’esposizione non segue necessariamente una puntuale datazione temporale, ma una sorta di sequenza di ricordi, pensieri e analessi; un flusso di coscienza, come talvolta capita di riflettere da svegli su spezzoni e frammenti di sogni.
Il racconto, nel riportare alcuni episodi e avvenimenti personali e di un gruppo di giovani in un contesto di pro- fondi cambiamenti del proprio paese e della Sardegna, richiama anche alla memoria le valutazioni di leaders politici impegnati a capire e attuare le scelte necessarie a inserire l’Isola nei processi dello sviluppo nazionale ed europeo.
L’attività locale e territoriale dei giovani è parte delle dinamiche e dei fatti regionali e nazionali, in un processo di maturazione individuale e di gruppo, di positivo superamento della dimensione paesana e per la formazione di una migliore consapevolezza della unità culturale e storica della Sardegna. In questa direzione va, tra gli altri, il richiamo, nel racconto, del confronto politico e culturale tra Renzo Laconi ed Emilio Lussu.
L’autore, nel descrivere anche nel dettaglio la realtà sociale e alcune importanti figure del proprio paese, racconta che “In quegli anni anche noi avevamo il sogno di una cosa. Il figlio del carabiniere, i figli del pastore, del muratore, dell’operaio, dell’impiegato pubblico. Nessuno di noi conosceva ancora la lettera di Carlo Marx ad Arnold Ruge, filosofo e pubblicista tedesco. In quella lettera, in poche righe, si cita il sogno di una cosa e se ne chiarisce il significato: “[…] Apparirà chiaro come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza per possederla realmente”.
Nel concludere quella storia si evidenzia con forza la motivazione dell’impegno giovanile sostenendo che non si pensava certo alla rivoluzione, ma “Coltivavamo però tutti la speranza di un futuro migliore e una idea di positivo cambiamento, e la politica la si leggeva come un qualcosa che poteva garantire maggiori opportunità di giustizia sociale e di libertà”.
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Qui appresso un estratto del libro
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L’illusione del Piano di Rinascita della Sardegna
In Sardegna il Piano di rinascita approvato nel 1963 non raggiunse di certo i suoi obiettivi. La scelta dei poli industriali si rivelò un fallimento, sia in sé come fatto produttivo che come propellente per lo sviluppo dell’Isola e per fronteggiare la criminalità che si focalizzava sui sequestri di persona.
Eppure tra il 1960 e il 1970 la Sardegna aveva un livello di industrializzazione importante con tassi di crescita, sostanziati da investimenti ad alta intensità di capitali, in alcune fasi superiori a quelli del Centro-Nord e a quelli medi nazionali, salvo poi decrescere velocemente a metà degli anni settanta.
Anche il rifinanziamento del Piano di Rinascita nel 1974 nasce dunque sulle ceneri del primo, e viene riorientato verso lo sviluppo del settore agricolo e pastorale, le infrastrutturazioni e le risorse locali. Non ebbe però migliore fortuna.
I piccoli paesi iniziavano a spopolarsi insieme alle comunità delle zone interne, il piano di sviluppo agropastorale non diede alcun risultato e anzi contribuì a produrre il fenomeno dell’incremento dei capi ovini quale rifugio senza ricchezza anche per un numero consistente di giovani e meno giovani, come alternativa all’emigrazione e alla disoccupazione, fenomeni in aumento e conseguenti anche al fallimento delle scelte di pianificazione dello sviluppo dell’Isola. Nei primi anni sessanta i paesi, soprattutto quelli delle aree interne e quelli più piccoli, erano in forte ritardo quanto a infrastrutturazioni civili e sociali. Fece grande scalpore la marcia su Cagliari di Michele Columbu, sindaco di Ollolai e impegnato con i Centri di cultura popolare, che nel 1965 percorse a piedi la distanza tra il suo paese e il Capoluogo per denunciare la situazione di grande arretratezza e di enorme disoccupazione, e la responsabilità della Regione e dello Stato. Evidenziava i problemi di Ollolai, ma nel contempo lo stato di abbandono di gran parte delle comunità dell’Isola.
Lungo queste dinamiche, i “Giovani Turchi” sassaresi (tra gli altri, Francesco Cossiga, Pietro Soddu, Paolo Dettori e Beppe Pisanu) ebbero modo di affermarsi, non solo nella DC ma anche nel governo della Regione, promuovendo, sull’onda dei cambiamenti nazionali, la stagione del centro sinistra e concludendo quella delle alleanze di centrodestra. Pietrino Soddu lo conobbi personalmente molti anni dopo la “rivoluzione” dei Giovani Turchi, ero dirigente sindacale ad Oristano, e fu in occasione di un’iniziativa della CISL sulle aree interne e lo sviluppo del territorio. Per le responsabilità istituzionali, per interesse sociale e culturale, venendo da Benetutti, era la persona adatta a discutere di sviluppo delle aree interne. Insieme a lui erano presenti Alessandro Ghinami, Michele Columbu, Pasquale Onida.
Più avanti, da segretario regionale della CISL, ebbi modo di conoscerlo meglio e di frequentarlo in più occasioni, soprattutto per la condivisione su aspetti importanti in tema di autonomia della Sardegna e riforme istituzionali. Un politico di alta levatura culturale, con una notevole preparazione ed esperienza politica, vicino ad Aldo Moro, Pietrino Soddu competeva con la sinistra spesso sopravanzandola sui temi dello sviluppo dell’Isola, sui diritti di cittadinanza, sull’autonomia e sulla Rinascita.
Tutt’altra persona del giudizio tagliente e aspro che lessi da giovanissimo nel periodico «Sassari Sera», allora divulgato nei meandri della Regione e tra i politici per la irriverenza con la quale era solito trattarli e per le indiscrezioni che pubblicava sulle secrete del Palazzo.
In un numero del periodico in occasione delle elezioni del 1965, a commento dei voti riportati dai candidati, così scriveva circa le preferenze ricevute da Soddu: «[…] Quint’ultimo, a metà classifica, come la Torres che parte con i propositi di serie A e non riesce a vincere un campionato di C». In realtà non era così. Soddu non era un uomo da prime posizioni sulle preferenze, aveva certo un suo seguito, ma i morotei, diversamente dai dorotei che coltivavano bene il potere e ciò che poteva procurare, si pensavano e venivano pensati come degli illuminati.
Aldo Aledda in un saggio sulla politica regionale scriveva che «Soddu ha cercato di conferire alla carica di Presidente della Regione un alone di suggestione monarchica». Il commento di Soddu, nel corso di una intervista condotta da Manlio Brigaglia su una pubblicazione riguardante i Presidenti della Regione, fu di notevole spessore, quasi confermando con una motivazione politica e culturale l’affermazione di Aledda; fu proprio una risposta di uno che si pensava illuminato e che ambiva a che l’alone raggiungesse i più. Infatti non si offese, anzi solleticò il suo ego «Magari il termine è eccessivo, ma capisco il concetto. In effetti il Presidente della Regione non ha un potere reale.
Il suo è un ruolo “nazionale” cioè di rappresentanza di quello che chiamiamo “la nazione sarda”. Una interpretazione come questa del ruolo del presidente l’aveva già data Efisio Corrias, e Paolo Dettori le fece fare un ulteriore salto di qualità con “la politica contestativa” che chiamava tutti i sardi ad una lotta unitaria nei confronti dello Stato e individuava nella Regione lo strumento della espressione di questa volontà del popolo. Oggi l’idea della Regione sembra aver perso forza nell’immaginario collettivo isolano, come se l’idea sopravvivesse, ma con un calo di tensione che deriva anche da quella che sembra una minore capacità di rappresentanza dello stesso Consiglio regionale».
Soddu non aveva torto. Affermazioni, le sue, oggi ancora più valide alla luce del buio che avvolge la Regione sul versante delle strategie necessarie a garantire risposte adeguate alla crisi dell’Isola.
Infatti, consumata l’opzione storica dell’Autonomia e della Rinascita si è consumata anche l’immagine e la capacità di dare nuove risposte, in una fase caratterizzata sempre di più dalla pervasività della Unione Europea e dalle dinamiche della globalizzazione, che obbligano a scelte e protagonismi fortemente rappresentativi e, sul versante istituzionale, ad assetti in grado di rivedere i rapporti sia con lo Stato che con la stessa Unione Europea, contando in primo luogo sul riconoscimento dello status di insularità.
Si vive oggi, invece, in una storia senza un fine. Non si riesce a indicare un ideale che dia senso e direzione ai cambiamenti in atto nel mondo, in Europa e nello stesso Paese.
Soddu fu più volte Presidente della Regione, la prima volta nel 1972 per circa un mese, allora le crisi e il cambio di Presidente erano la normalità, e non comportavano il ritorno alle elezioni, poi nel 1977 sino al giugno del 1979, poi ancora per 21 giorni nel 1980. Fu inoltre anche Assessore alla Rinascita, dove diede impulso a quell’idea e alla programmazione economica e sociale insieme a un gruppo di dirigenti del Centro regionale di programmazione che negli anni avrebbero avuto un ruolo importante nel sistema Regione e nella stessa politica regionale; uno di essi anche nella segreteria regionale della CISL.
Pietrino Soddu svolse un ruolo politico anche a livello nazionale come Deputato eletto nelle fila della DC dal 1983 al 1994. Con gli altri componenti della così detta “rivoluzione bianca”, i Giovani Turchi, Soddu contribuì non poco anche all’abbandono delle giunte di centro destra a favore di un’alleanza con il PSI. Si imponeva così anche in Sardegna quell’aspettativa che Nenni aveva auspicato e sollecitato, cioè l’ingresso dei socialisti nella stanza dei bottoni. A distanza di diversi anni ci si accorse che la stanza dei bottoni si era ormai localizzata altrove, a Bruxelles con la UE, e nelle sedi internazionali delle organizzazioni come il FMI, e nelle società e banche in grado di condizionare i processi della globalizzazione, a iniziare dal commercio e dalle transazioni finanziarie.
In concomitanza con gli avvenimenti dei primi anni sessanta, in pieno avvio della industrializzazione dell’Isola prendeva però coscienza sempre più consistente un ceto operaio che grande ruolo ebbe nelle vicende sindacali e sociali per più di un ventennio, contribuendo a cambiare e rafforzare il peso del sindacato sardo e la sua originale elaborazione e dimensione popolare.
Nonostante le difficoltà, cui successivamente si aggiunse anche la crisi petrolifera, la stagione che iniziò nei primi anni sessanta del secolo scorso fu una fase di alta elaborazione e confronto politico, sociale e culturale, che produsse una emancipazione dei gruppi dirigenti, in un contesto in via di profonda e positiva trasformazione, nelle famiglie, nelle comunità, nelle scuole, nello stile di vita della regione.
E comunque, in quel decennio degli anni sessanta, anche se il Piano di Rinascita non raggiunse gli obiettivi sperati, iniziarono a cambiare radicalmente e in positivo le condizioni di vita e di lavoro dei sardi, i paesi e le famiglie iniziavano a godere delle infrastrutturazioni primarie e secondarie, a iniziare dalla disponibilità in casa dell’acqua potabile e dei servizi igienici.
Una tendenza al miglioramento e alla consapevolezza di ciò, che, già dalla fine del decennio e soprattutto nei primi anni del 1970, si rafforzò sul versante politico e istituzionale con un successo più marcato della sinistra e soprattutto del Partito comunista. La storia sembrava imprimere una nuova forza e velocità alle vicende sociali e politiche.
