di Mario Medde

Il deficit formativo e scolastico in Sardegna e nel Meridione è ormai da lunga data un fenomeno ampiamente conosciuto e discusso, supportato da numerosi dati che ne attestano la portata e la rilevanza sociale, economica e culturale. Ho già avuto modo di trattare la questione per l’importanza ai fini dello sviluppo dell’Isola, e ovviamente per quel che comporta alle famiglie e ai giovani in fatto di progetti futuri e di opportunità lavorative, oltre che di grande impegno finanziario. Ai fini di un ulteriore aggiornamento delle riflessioni è utile reiterare alcuni ragionamenti in materia, anche a seguito della presentazione del Disegno di legge della Giunta regionale sulla riforma della formazione professionale e di alcuni dati che indicano il persistere del deficit scolastico.

La scuola sarda è infatti da tempo immemorabile alle prese con problemi di dispersione scolastica e di abbandono, di adeguatezza delle strutture e degli edifici, di carenza di organici e insegnanti di sostegno. Da evidenziare anche per l’Isola una percentuale alta di giovani che non studiano e non lavorano e una media di laureati inferiore di diversi punti a quella nazionale.

Sul versante della programmazione e della offerta formativa persistono annosi problemi connessi a una indispensabile rivisitazione delle norme di settore e a questioni attinenti alla capacità programmatoria e di spesa della Regione, ai tempi di realizzazione degli impegni, alle difficoltà in fase attuativa dell’offerta formativa, alla necessità di garantire, per via dei ritardi dell’organismo committente, certezza gestionale ai soggetti accreditati che esercitano comunque una funzione pubblica in un ambito strategico per la vita della regione.

Il Disegno di legge recentemente approvato dalla Giunta regionale e titolato Disposizioni per l’ordinamento, l’organizzazione e il funzionamento integrato regionale della formazione professionale e dell’orientamento al lavoro in Sardegna abroga la legge regionale 1° giugno 1979, n. 47 (Ordinamento della formazione professionale). Una riforma da tempo sollecitata soprattutto dalle parti sociali e dalle stesse agenzie formative accreditate per venire incontro ai giovani dell’Isola e a tutti gli utenti del sistema formativo, ivi comprese le imprese e lo stesso mercato del lavoro.

In sede di dibattito e approvazione, Commissioni competenti e Consiglio regionale, sarebbe però cosa utile e indispensabile, per superare le vere criticità che hanno caratterizzato gli anni di attuazione della LR 47/79, che la nuova norma prevedesse elementi prescrittivi e vincolanti per la Regione. Soprattutto sulla programmazione, per eliminare anche i tempi eccessivamente burocratici (con un programma triennale, ma con filiere formative, plafond finanziari pluriennali e con la valorizzazione del partenariato pubblico-privato attraverso una loro manifestazione di interesse e una qualificazione come soggetto attuatore). Inoltre, data la storica e negativa esperienza della Regione sul recupero dei tempi di spesa, si tratta di inserire nella norma delle garanzie per i soggetti gestori e attuatori qualora si manifestassero ritardi e dilazioni sui tempi di pubblicazione degli avvisi e nei pagamenti alle agenzie interessate.

La nuova legge di riforma del settore dovrebbe altresì prevedere le necessarie risorse di fonte regionale per l’aggiornamento degli addetti del settore e per le garanzie di cui sopra, necessarie per gli operatori e le agenzie, come già evidenziato in caso di ritardi nella programmazione e per fare fronte agli impegni eventualmente disattesi dall’organismo committente. La Regione deve infatti garantire il sistema e mettere nelle migliori condizioni di lavorare sia i soggetti gestori, che ovviamente sono tenuti a rispettare le condizioni previste dalla norma, sia gli operatori del settore.

Sul versante invece del recupero del deficit scolastico, è utile ribadire quali siano le iniziative più significative della Regione per il diritto allo studio per contrastare la dispersione e per migliorare la qualità del sistema. In particolare riguardano la legge regionale n. 26 del 1971, e successive modifiche, sul diritto allo studio e sulla scuola a tempo pieno, la legge regionale 31 del 1984 sul diritto allo studio e sull’esercizio delle competenze delegate, la legge regionale n. 37 del 1987, e successive modifiche, per il diritto allo studio nelle università della Sardegna, il Programma Tutti a Iscol@, del gennaio 2016, finalizzato a rafforzare il sistema scolastico e migliorare il successo formativo anche attraverso la lotta alla dispersione scolastica.

Una evoluzione normativa che non ha però contribuito a migliorare significativamente la qualità dell’offerta scolastica e formativa e la soluzione degli annosi problemi della scuola in Sardegna. A parte la considerazione che il trattamento economico degli insegnanti, non adeguato alla rilevanza della funzione, dovrebbe essere affrontato e risolto ovviamente in sede nazionale con la volontà del governo e con la trattativa sindacale.

La domanda che bisogna porsi è dunque quale sistema scolastico per la Sardegna, rispetto alle caratteristiche territoriali e demografiche e degli insediamenti abitativi, alla inadeguatezza della rete dei trasporti, alle risorse necessarie per nuove scuole e laboratori, e agli organici necessari per le classi e gli istituti anche prescindere dai vincoli stabiliti dal Ministero.

La verità è che la Regione, certo non da oggi, cercando inutilmente di tamponare le falle, ha inseguito le scelte ministeriali, il più delle volte improntate a una razionalizzazione selvaggia all’insegna di una pura logica ragionieristica, abbassando così la qualità dell’offerta formativa e mettendo a rischio l’esercizio dello stesso diritto allo studio.

La legislazione messa in campo dalla Regione è risultata una sorta di palliativo che non ha prodotto neppure l’attivazione in termini forti e adeguati dell’articolo 5 dello statuto speciale (che prevede di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione su istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi, lavoro, previdenza ed assistenza sociale, antichità e belle arti, nelle altre materie previste dallo Stato). Un contenuto che comunque andrebbe rinegoziato per acquisire alcune competenze e poteri, almeno in tema di organizzazione della rete scolastica, e da non sottoporre comunque al consenso dello Stato.

Da più di 40 anni si ripropone invece con cadenza annuale il problema della soppressione di classi, di istituti e di riduzione delle autonomie scolastiche. Un confronto tra Regione e Ministero che riduce ogni anno la presenza della scuola nei territori, già impoveriti da una sanità che ha cancellato presidi ospedalieri e medici di famiglia in tante comunità dell’Isola. Un processo di impoverimento dei territori della Sardegna quanto a fondamentali diritti di cittadinanza, in aggiunta alla carenza di opportunità lavorative soprattutto per i giovani.

Non è una vicenda recente, è invece una lunga e annosa storia che andrebbe ripresa in mano per contrastare i presupposti pseudo culturali e politici di stampo ragionieristico che sottendono le scelte dello Stato e la scarsa capacità dell’Ente Regione di farsi carico di una strategia operativa in grado di affrontare le difficoltà della scuola sarda.

Si tratterebbe dunque di varare un programma che vada oltre le toppe da riparare e per affrontare invece il merito dell’articolo 5 dello Statuto speciale, e nel contempo per rinegoziarne anche i contenuti. Tutto ciò non esclude ovviamente l’urgenza di un diffuso coinvolgimento degli operatori della scuola e delle rappresentanze sociali ed economiche per delineare un programma pluriennale per un sistema scolastico a misura dei bisogni della Sardegna.

Da circa 40 anni le comunità dell’Isola sono destinatarie di provvedimenti che cancellano i presidi fondamentali della scuola. Un lungo lasso temporale che obbliga la politica e la Regione a una svolta in termini di capacità progettuale e di decisioni negoziali con lo Stato.

In conclusione.
I ragionamenti e le proposte sulla funzione delle competenze ai fini del successo personale, ma anche dello sviluppo economico e sociale della Sardegna, oltre alle ormai conosciute analisi specifiche, devono integrare le valutazioni sulle competenze individuali con quelle attinenti alle funzioni istituzionali e politiche, e con quelle riguardanti il deficit delle figure tecniche nel territorio, in particolare modo nei Comuni. L’acquisizione delle competenze non rinvia semplicemente a una volontà della persona ma coinvolge la funzione e il potere istituzionale e politico e anche la competenza organizzativa, cioè la capacità di lavorare alla realizzazione di un progetto.

Si ragiona molto, anche se con pochi risultati, sulle necessarie competenze individuali e invece nessun articolato riferimento alla loro integrazione e saldatura con quelle istituzionali. Queste ultime, qualora irrisolte o non adeguatamente praticate, non potrebbero incidere in termini decisivi sul successo scolastico e formativo, sulla vera funzione della Università che è quella di produrre conoscenza e di formare il capitale umano per la Sardegna. Una funzione che, insieme alla Ricerca pura e applicata, ha l’obiettivo di trattenere e valorizzare i giovani, per attrarre investimenti e contribuire alla innovazione di processo e di prodotto del sistema produttivo ed economico sardo.

Di questo necessita l’Isola per rafforzare la nostra integrazione con il mercato nazionale ed europeo, per influire sul radicamento e sulla qualità dei gruppi dirigenti, per collegarci alle comunità scientifiche nazionali, europee e internazionali, per eliminare la dispersione scolastica, per combattere lo spopolamento e l’abbandono delle nostre comunità, per contribuire allo sviluppo della Sardegna.

A tal fine, la competenza istituzionale, soprattutto quella della Regione, rinvia alle necessarie e proprie disponibilità in termini di autonomia finanziaria (esempio: piena attuazione dell’articolo 8 dello Statuto speciale e rinegoziazione delle compartecipazioni erariali e tributarie ), di potere negoziale con lo Stato e l’Europa (esempio: reale riconoscimento dello status di insularità e, nello specifico di questa nota, i poteri per la organizzazione della rete scolastica), di efficienza e capacità amministrativa e di governo (esempio: il recupero dei ritardi nella gestione dei Fondi strutturali e del PNRR, anche per carenze di adeguate figure tecniche).

Ecco perché non è possibile pensare o programmare la nascita o il rafforzamento della società della conoscenza per partenogenesi; non nasce cioè da sola. È indispensabile mettere insieme la disponibilità di capitale umano, istituzionale e politico, predisporre le norme, le misure, gli strumenti, e avere ovviamente la capacità attuativa dei soggetti decisori e le risorse finanziarie necessarie; tutte componenti indispensabili per promuovere attraverso una loro “fecondazione” la società della conoscenza. In questa direzione è urgente e fondamentale un’adeguata azione politica, sociale e istituzionale che assuma questa interazione in un progetto di cambiamento e di trasformazione positiva del sistema economico, sociale e produttivo dell’Isola.