di Mario Medde
1. La visione strategica della CISL è parte fondamentale del suo DNA. In tal senso ho avuto già modo di ricordare ed evidenziare i contenuti di un Consiglio generale della CISL del 1950, l’anno della sua fondazione. Il 20 giugno del 1950 il Consiglio generale approvava un documento dal titolo Linee di indirizzo dell’azione sindacale, diviso in tre parti: avvenire del sindacalismo, problemi dell’azione sindacale, obiettivi dell’azione sindacale. L’aspetto fondamentale riguardava il ruolo del sindacato nuovo in una nuova realtà storica, dove, come recita il documento, «l’evoluzione subita dal sistema economico, dalla nascita del sindacalismo moderno fino ad oggi, e specialmente dopo la prima guerra mondiale, impone di riconsiderare la natura del movimento sindacale e della sua azione, alla luce dei nuovi rapporti economici e politici che sono maturati nel processo di trasformazione del sistema capitalistico».
Una tripartizione di grande valore strategico e che anche oggi ci interroga per garantire attualità e forza all’impegno sindacale in uno scenario in profondo e generale cambiamento.
La ragione sociale del sindacato e i suoi valori, le sedimentazioni culturali, ancora di più che nel passato incrociano e impattano oggi questioni di livello mondiale e nazionale, in particolare tra le tante:
- L’influenza delle organizzazioni dell'economia internazionale negli assetti economici e sociali, un nuovo ordine mondiale con il ruolo importante della Cina e soprattutto della “dottrina” Trump nei rapporti tra le nazioni e negli scambi commerciali, il tradizionale ruolo e peso dell’Occidente in difficoltà nelle relazioni internazionali e nell’economia.
- La difficile costruzione dell'Europa nel processo di coesione e integrazione e un ruolo secondario, soprattutto rispetto a USA e CINA nelle dinamiche della competizione produttiva ed economica e inconsistenza nella produzione di terre rare, dove la CINA domina il mercato globale.
- La crisi della politica evidenziata dall’astensione elettorale e dalla scarsa capacità di attrazione dei partiti.
2. I mutamenti in atto sollecitano dunque analisi adeguate e proposte calate nelle realtà e condivise nella società per poter meglio incidere sui necessari cambiamenti e sulle strategie. Non si è di fronte a un dibattito solo tecnico, tanto meno di filosofia della politica. Si è di fronte a una notevole evoluzione dei rapporti di forza mondiali tra le nazioni e a un aggiornamento e riposizionamento delle idee e pratiche della democrazia. Aspetti che sollecitano la riflessione e la proposta del sindacato per stare al passo dei tempi.
Un mutamento che deve coinvolgere sia il livello nazionale che internazionale. Per quel che riguarda il sindacato, di fronte a questi cambiamenti, ci ritroviamo allo stesso bivio che vissero, pure in epoche molto differenti, Giulio Pastore e Mario Romani, con interrogativi di natura strategica e di prospettiva politica e organizzativa.
In particolare la domanda: quale sindacato, per quale democrazia e quale sviluppo?
Tutte novità che ci interrogano oggi sullo sviluppo di una democrazia che accompagni l’evoluzione delle istituzioni locali, nazionali ed internazionali. Dunque una idea e pratica di democrazia che in Italia rafforzi il ruolo della mediazione sociale e che abbia nel lavoro il riferimento forte anche della rappresentanza politica.
Per quanto riguarda la democrazia nella dimensione mondiale, il politologo americano Robert Dahl sostenne che «i meccanismi decisionali dei sistemi internazionali includono gerarchie, trattative tra le classi dirigenti, e un sistema di scambio. Quello che è assente, o debole al punto da risultare del tutto irrilevante, è l’effettivo controllo democratico e la responsabilità di tali decisioni. Esiste il problema della scala e della dimensione. Il livello che può andare oltre le possibilità di partecipazione alle scelte».
Per questo, e per altre ragioni, il problema della democrazia è oggi non solo nazionale, ma si riverbera sulla dimensione internazionale, coinvolge cioè l’esperienza e le pratiche delle nazioni e delle sue articolazioni. Nel senso che con le difficoltà della partecipazione e dei meccanismi di verifica e controllo sulle decisioni e scelte di livello internazionale, quindi delle dinamiche democratiche, il problema della democrazia a livello di Stati diventa decisivo. In questa direzione la speranza riguarda l’affermazione dell’idea e pratica della poliarchia.
Un concetto affrontato e sviluppato da R. Dahl nel 1972 in un'opera ancora attuale dal titolo Poliarchia: Partecipazione e opposizione nei sistemi politici.
3. Dahl afferma, e ciò riguarda anche il nostro Paese, che «la democrazia va vista come un’ampia combinazione di elementi democratici, di gerarchia, di contrattazione in una struttura politica di tipo rappresentativo molto diversa da qualsiasi altra conosciuta nel XIX sec., e prima della moderna democrazia repubblicana. Questa democrazia rinvia al tema del pluralismo intrinseco alle moderne democrazie novecentesche. (…) La democrazia liberale esaltava l’individualismo, la sua evoluzione ha portato, nella lettura della “poliarchia”, al ruolo nuovo della rappresentanza sociale, degli aggregati che influenzano il sistema decisionale».
Dunque parallelamente alla funzione democratica del corpo elettorale che decide chi governa, si è sviluppata e rafforzata la funzione delle autonomie sociali e istituzionali. La partecipazione alle scelte e le riforme sono vissute come frutto di queste sintesi tra le istanze della società civile e la mediazione politica.
Non sono più sufficienti e adeguate le sole istituzioni, anche forti, a governare la complessità delle dinamiche dei sistemi economici, sociali, politici e istituzionali. La questione di oggi è che la crisi dei partiti e l’astensionismo elettorale evidenziano non solo le difficoltà della politica quanto a credibilità e qualità delle leadership, ma anche quanto di ciò si riverbera sulla autorevolezza e sulla capacità delle istituzioni di affrontare i problemi dei cittadini.
Anche per questi motivi la cultura della pluralità delle istituzioni di governo e sociali non è una invenzione della politologia contemporanea, è oggi una necessità ancora più impellente sorta dall’esigenza di governare la complessità e di regolare le diverse istanze.
Ma accanto a questa nuova funzione della rappresentanza sociale e del pluralismo, forse proprio per questo, si sviluppa la consapevolezza, quindi una nuova domanda e rivendicazione che diventa pratica sociale e sindacale, che la formazione della volontà pubblica e delle decisioni, che procedeva dall’alto verso il basso e dal centro verso la periferia, deve essere invertita.
È il frutto di un processo politico e democratico di lunga durata, ma anche dei processi economici che si affermano per una competitività tra sistemi territoriali e integrati, che determinano forti influenze sul mercato del lavoro.
4. Contano le istituzioni, le imprese, il lavoro, le inclinazioni specifiche del territorio, le risorse storiche e quelle acquisite. L'efficienza del sistema migliora se nel territorio si afferma un sistema di valori basato su1:
- il principio di legalità;
- il principio di eguaglianza;
- i diritti della persona.
In questa direzione la partecipazione e gli assetti democratici sono i fattori chiave di una crescita complessiva e di lungo corso, soprattutto di fronte ai tentativi di ripristinare una idea ed una pratica di gestione centralizzata del potere e di confinamento delle parti sociali nell’ambito aziendale condizionandone l’effettivo diritto e libertà di sciopero.
Dentro questi scenari, brevemente tratteggiati ci si deve interrogare sul presente e sul futuro della rappresentanza sociale e della sua natura associativa. Questioni che è urgente affrontare per evitare che nel tempo sia le logiche interne di gestione dell’esistente, che gli attacchi esterni incidano in termini decisivi sul DNA delle rappresentanze sociali e sindacali circoscrivendone il ruolo a mere erogatrici di servizi.
Assieme alle indispensabili riforme interne, aprendosi anche alla società civile, è utile individuare alcuni obiettivi su cui lavorare sul versante sociale e politico:
- è prioritario concorrere a produrre “istituzioni”, in senso lato, cioè luoghi e politiche accettate, diffuse e democratiche, in grado di consentire ai cittadini e alle rappresentanze sociali di concorrere effettivamente alla formazione della volontà pubblica e al cambiamento;
- queste “istituzioni” e questi luoghi sono più funzionali ed efficaci se stanno nel territorio, nel comune, nella regione.
5. Soprattutto a livello di Regione, la dimensione federalista, societaria, cooperativa, solidarista, è quella più adeguata a garantire la partecipazione in funzione di altri obiettivi: il lavoro, lo sviluppo, l’integrazione sociale, etc.
Questo processo di cambiamento, riguarda in primis soprattutto le istituzioni, e deve essere condiviso e partecipato, non imposto dalla politica in sede di governo2.
Proprio in virtù di queste annotazioni e delle riflessioni riportate, per le caratteristiche della evoluzione politica, economica, istituzionale, sociale, e per la voglia della politica di riprendersi un ruolo egemone nella rappresentanza degli interessi dei cittadini e di isolare il sociale in una dimensione prettamente aziendale, il mantenimento della natura associativa del sindacato, la confederalità e il consolidamento della democrazia interna e del pluralismo, sono una primaria necessità.
Accanto a queste sommarie riflessioni, e ritornando sul Consiglio generale della CISL confederale del 1950, le linee di indirizzo contenute nel documento approvato a conclusione dei lavori, in particolare sui problemi e gli obiettivi dell’azione sindacale, stimolano ad affrontare i termini e il significato della dimensione strategica del sindacato.
La definizione cioè degli obiettivi, nel breve, medio e lungo termine, più rispondenti sia alla mission del sindacato ma soprattutto ai bisogni sociali, economici e del mondo del lavoro. Contestualmente è fondamentale individuare quali e quante risorse sono necessarie e disponibili e quali fonti di finanziamento; un aspetto che responsabilizza primariamente le istituzioni regionali e nazionali, ma che obbliga anche il sindacato a una puntuale verifica e riscontro rispetto agli obiettivi individuati e ai tempi necessari per raggiungerli. Altrettanto rilevante è nella strategia l’azione vertenziale, cioè le iniziative, frutto di una autonoma concezione e pratica sindacale. Una metodologia di lavoro che si mette in campo per garantire i necessari rapporti di forza e per convincere le controparti a confrontarsi, a risolvere i problemi e dunque a raggiungere gli obiettivi oggetto della vertenza.
6. La vertenza può avere carattere individuale o collettivo. Ulteriore aspetto importante della capacità strategica del sindacato è la individuazione delle cause di natura strutturale che condizionano la soluzione dei problemi più importanti del mondo del lavoro, delle famiglie, dei cittadini; dunque la messa in campo delle azioni utili a concretizzare il confronto con le diverse controparti, siano essi soggetti pubblici o privati. Non è sufficiente a tal fine il solo richiamo ai problemi e alle proposte nei documenti o nelle dichiarazioni. Le azioni del sindacato sono positive se portano al dialogo e al confronto, alla negoziazione e a ottenere risultati. Oppure, qualora i risultati non fossero adeguati alla bisogna, attraverso l’utilizzo delle tradizionali e nuove forme di lotta. Questo metodo e le procedure molto sommariamente richiamate rafforzano la dimensione partecipativa del sindacato, che tra l’altro si concretizza in un confronto fattivo e in un accordo quando si manifesta un’esplicita e concreta volontà da parte degli interlocutori e controparti.
La questione strategica dell’azione sindacale si evidenzia inoltre nell’affrontare i nodi di natura strutturale che condizionano le necessarie soluzioni utili allo sviluppo economico e sociale e del mondo del lavoro, anche nello specifico della rappresentanza sindacale.
Per quanto concerne la Sardegna richiamo, e solo per titoli, alcune tra le più rilevanti questioni di natura strutturale che necessitano di una forte iniziativa e azione politica e sociale, di una continuità vertenziale e di un costante e fattivo confronto con il governo regionale e nazionale da parte del sindacato.
- Il rapporto Stato-Regione e la negoziazione sui poteri di una nuova autonomia speciale dell’Isola.
- L’organizzazione delle istituzioni dell’autonomia, la riforma della Regione e il trasferimento di poteri e risorse dall’Ente Regione alle istituzioni territoriali, comuni ed ente intermedio; il tutto attraverso una legge statutaria che sia condivisa anche dalle parti sociali e che non rappresenti una sorta di riorganizzazione amministrativa dell’Ente Regione o una nuova legge elettorale finalizzata a rafforzare il centralismo politico e istituzionale.
- L’autonomia finanziaria della Regione e la soluzione all’annosa questione della vertenza sulle entrate, anche attraverso una revisione in aumento delle compartecipazioni erariali e tributarie e con la cancellazione dell’accordo che a partire dal 2007 portò la Sardegna ad accollarsi l’intero onere della sanità (e del trasporto pubblico locale) che oggi pesa sul bilancio regionale per circa 4 miliardi di euro.
- Il riconoscimento reale e non simbolico dello status di insularità per il recupero del differenziale di sviluppo e per un riconoscimento costituzionale in Italia e in Europa.
- Avvio di un confronto Regione-Governo nazionale per il riconoscimento delle pari opportunità e diritti di cittadinanza in fatto di infrastrutturazioni materiali e immateriali e mobilità delle persone e delle merci.
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Note
1. «Il sistema migliora se c'è anche un processo deliberativo aperto. Un processo deliberativo come processo di forma delle decisioni» sostiene Albert Hirschman in Retoriche della intransigenza.
2. Il demiurgo, un legislatore mitico di cui parla Rousseau nel Contratto sociale, che ci dà la costituzione già pronta, non pare opportuno e utile ai fini di una moderna e reale democrazia.
