L’industria 4.0, le biotecnologie, il sindacato

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Brevi cenni, richiami e citazioni su post-umanesimo e trans-umanesimo e sul “sogno” necessario per attraversare i mutamenti di questi anni

di Mario Medde

1.

Sul tema del post umanesimo e trans umanesimo ha scritto Mons. Ignazio Sanna in un importante saggio, pubblicato nel 2006, dal titolo L’identità aperta, il cristiano e la questione antropologica , editore Queriniana. Nonostante siano trascorsi undici anni, l’opera di Mons. Sanna è di grande interesse e attualità, sia per la documentazione riportata che per le opinioni espresse. Al centro della riflessione è la difesa dell’identità umana, biologica e antropologica, all’interno di un processo tra natura e cultura che , pur modificandone alcuni aspetti, propone ancora e di più la centralità della vita umana.

Mons. Sanna sostiene che l’uomo è portatore di un’eccedenza rispetto alla sua naturalità, e s’interroga su quale sia oggi l’immagine predominante dell’essere umano. Infatti, la prima rivoluzione scientifica e tecnologica dell’era moderna , sostiene Mons. Sanna, ha cambiato la natura intorno all’uomo. La rivoluzione biologica ha dischiuso invece la possibilità di modificare la natura stessa dell’uomo.

Le neuroscienze, continua ancora Sanna, dicono che i circuiti cerebrali sono a fondamento delle nostre emozioni e che questi processi sono strettamente legati, in senso biologico, ai processi cognitivi. Tutto ciò che avviene nell’uomo non sarebbe altro se non espressione di circuiti neuronali. Scompaiono dunque coscienza e libero arbitrio.

La biologia evoluzionistica non sembra lasciare spazio invece che al determinismo genetico, dove le ragioni superiori dell’adattamento e dell’egoismo riproduttivo sovrastano l’individuo e il suo volere cosciente.

Sottolinea Mons. Sanna che se nell’uomo tutto fosse solo necessità e circuiti neuronali non esisterebbero la libertà e l’amore, che sono invece le nostre attitudini più specifiche. L’uomo infatti ha un insopprimibile bisogno di senso, e il senso è un investimento affettivo che relaziona pubblico e privato.

Un’ulteriore conseguenza della mentalità tecno-efficientista è che , secondo un approccio post-umano o addirittura trans-umano alla natura dell’uomo e in netto contrasto con il riconoscimento del primato della dignità umana, si sostiene che sarebbe possibile addirittura, per un verso umanizzare i meccanismi artificiali e , per l’altro verso, robotizzare la sensibilità e la coscienza dell’uomo. Non sarebbe più possibile, infatti, secondo alcuni esponenti della biologia contemporanea, difendere il primato dell’uomo, perché anch’egli è una macchina, e ciò dovrebbe rendere la sua integrazione con gli automi del tutto normale. La distinzione tra attori e strumenti ausiliari diventa così sempre meno chiara.

Nessuna “ibridazione” biotecnologica e nessuna manipolazione genetica potrà sostituire il calore umano dell’assistenza, né riuscirà mai ad eliminare completamente quella componente “antropica” dello spirito umano che è alla base delle emozioni, dei sentimenti, della espressività patetica ed estetica.

Un computer elabora simboli solo in base alla sintassi, quindi a delle regole fisse, e non in base alla semantica, ai significati, che invece dipendono dalla imprevedibilità della situazione comunicativa. Un computer non desidera, non è dotato di intenzionalità, non ha una coscienza e soprattutto non è un soggetto, non è in grado di interpretare o comprendere. Il grande limite del computer e di tutta la sua comunicazione elettronica è quello della logica, mentre una grande parte della coscienza umana è fuori dalla logica, come lo è l’amore, come lo sono le emozioni.

2.

Ho riportato solo alcune delle riflessioni di Mons. Sanna, tratte dalla sua opera L’identità aperta, ma tutto conduce, e questo lo deduco io, a un passo centrale del De dignitate hominis di Giovanni Pico della Mirandola, scritto come orazione nel 1486, e che è la proclamazione di una nuova visione dell’uomo in cui l’umanesimo moderno si è sempre riconosciuto.

Pico della Mirandola immagina che il Creatore si rivolga ad Adamo con queste parole : «Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché da te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine».

Bellissimo il commento di Padre Ernesto Balducci nel suo libro La terra del tramonto: «C’è già, in questa esaltazione della libertà umana, il germe faustiano dell’uomo creatore di se stesso, non prigioniero di un’essenza ben definita ma librato entro un arco di possibilità la cui attuazione dipende dal suo arbitrio, anche se quell’arco è inscritto in un ordine oggettivo che dispone gli esseri in una scala gerarchica, da Dio ai bruti,i due limiti invalicabili dell’estro auto creativo. Ora quell’ordine non c’è più, il caos ha inghiottito il cosmo e con il cosmo anche l’uomo microcosmo. Eppure quell’ordine è l’archetipo che segretamente ci governa , che si è impresso fin nel mondo fisico in cui abitiamo, sicuramente in quello in cui io abito». Il titolo del suo libro, La terra del tramonto, la dice tutta sulla crisi dell’Occidente e della modernità, senza cedimenti apocalittici, ma facendosi carico di un universalismo planetario, che rilancia l’umanesimo come attenzione alla persona e alla pluralità dei soggetti e dei popoli del mondo. Un superamento del moderno senza abiurare alle virtù dell’umanesimo, ma adattandolo alla realtà di questi tempi, con un’etica planetaria e un patto tra le generazioni.

3.

Utile anche una riflessione di Stefano Rodotà dal titolo significativo Così l’umano può difendersi dal post-umano pubblicata da «MicroMega» nel 2015. Rodotà conclude il suo intervento con queste parole : «La diffusione della robotica, come già per la elettronica, concentra potere nelle mani di chi controlla la dimensione tecnica. Con l’esasperata enfasi sul potere individuale il progetto transumanista finisce con l’incarnare la logica di una competitività senza confini. Se qualcuno soccombe , è solo perché non è stato capace di cogliere le opportunità offerte dalla tecno scienza. L’umano,e la sua custodia ,si rivelano allora non come una resistenza al nuovo , al timore del cambiamento o come una sottovalutazione dei suoi benefici. Si presentano come consapevolezza critica di una transizione che non può essere separata da principi nei quali l’umano continua a riconoscersi. Non è impresa da poco, né di pochi. Esige un mutamento culturale, un’attenzione diffusa, una coerente azione pubblica. Parlare di una politica dell’umano, allora, è esattamente l’opposto di pratiche che vogliono appropriarsi d’ogni aspetto del vivente».

4.

In questi scenari di profondi mutamenti – va di moda il termine rivoluzione industriale 4.0, che consiste nell’integrazione di nove tecnologie già disponibili (con un acronimo che sintetizza il tutto, I oT, cioè Internet delle cose) – quale volto e identità assume il lavoro e lo stesso sindacato? È un gravissimo errore pensare che il mondo del lavoro sia un tutto unico e omogeneo, sia sul versante delle attività produttive, di servizio e settoriali che su quello territoriale; l’industria 4.0 è ancora, nel mondo, una realtà che si deve imporre, una sfida della manifattura del futuro, alla quale bisogna tendere e prepararsi come politiche economiche, come Ricerca, come aziende, come risorse umane e come scuola e formazione. Oggi, ancora di più nel nostro Paese, nel Meridione, e soprattutto in Sardegna, non c’è il lavoro, ma i lavori, la precarietà, gli ammortizzatori sociali in abbondanza, gli altissimi tassi di disoccupazione, e un sistema imprenditoriale penalizzato dalla sottocapitalizzazione, dai costi della insularità, da un sistema creditizio lontano dalle imprese, da una configurazione giuridica societaria insufficiente a competere nei mercati nazionali e internazionali, da una Pubblica Amministrazione poco efficiente ed efficace.

5.

Ecco, mentre il sindacato guarda al futuro e ne vive le prime avvisaglie, partecipando a questa sfida con la rappresentanza di quei lavoratori, confrontandosi con le istituzioni per sostenere le politiche della Ricerca, della Formazione per promuovere le professionalità necessarie, per l’innovazione tecnologica nelle imprese, sollecitando un’ampia governance nella programmazione delle strategie e nelle scelte più importanti anche di natura aziendale, vive nel presente con una identità multiforme perché multiforme è il mondo del lavoro. Il presente e la costruzione del futuro necessitano di sindacalisti preparati e aggiornati in grado di governare una complessità sociale, politica e produttiva che si trasforma costantemente ponendo quotidianamente sempre nuove sfide.

Due, tra le tante, sono le sfide che ancora disegnano il volto e l’identità del sindacato. Continuare ad essere un’organizzazione che rappresenta e tutela i soggetti produttori e, nello stesso tempo, coloro, disoccupati, pensionati, precari, che sono per diversi motivi fuori o ai margini della produzione, e farsi carico nel contempo dell’interesse generale. Continuare ad essere soggetto conflittuale e di regolazione del conflitto, non antagonista ma impegnato a promuovere e sostenere la partecipazione.

6.

In tutto questo è necessario e auspicabile che permanga la passione e “ l’utopia“ come aspirazione costante al positivo cambiamento delle condizioni di vita e di lavoro, e con esse anche del mondo che ci circonda, e con le libertà necessarie a dare dignità alla vita. Il sindacato deve allora continuare a possedere questa consapevolezza. Certo, oggi è sempre più difficile mantenere questa rotta, per l’economicismo imperante e per l’adorazione del dio mercato. Aveva ragione Padre Ernesto Balducci quando già diversi anni fa scriveva : «Sulla polvere dei profeti passeggiano i ragionieri. Le coscienze sono sempre di più prigioniere di un presente che si è svincolato dal passato e dal futuro, ripiegate su se stesse, in preda a una soggettività senza destinazioni universali. In questo senso la storia è davvero finita. Il sogno si è spento». Un pessimismo che però viene subito recuperato sostenendo che è venuta meno la storia che l’uomo occidentale ha narrato a se stesso, perché hanno fatto ingresso nel proscenio mondiale altri soggetti «relegati finora nei sottosuoli della civiltà».

7.

Nel 2004 Jeremy Rifkin pubblicava Il sogno europeo. Il sottotitolo, Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, riassume la tesi centrale del saggio. Proprio a partire da quegli anni le vicende europee, e pure quelle americane, dimostrarono invece che l’uno e l’altro sogno erano quasi del tutto svaniti, a causa delle crisi economiche e finanziarie e anche per le difficoltà del processo unitario e costituzionale in Europa.

8.

Ciononostante resta in piedi il sogno di un’Europa dei popoli e non delle banche,il sogno che privilegia la qualità della vita, lo sviluppo sostenibile, l’identità storico-culturale, i diritti della persona e del lavoro, una governance europea aperta al contributo e alla partecipazione del sociale, la democrazia economica. Rifkin era certamente consapevole di quel che stava accadendo in quegli anni, e infatti così concludeva : «Questi sono tempi tumultuosi,su gran parte del mondo sta scendendo l’oscurità, e a molti uomini manca un chiaro orientamento». Eppure anche in tempi così tumultuosi, dove viene difficile perseguire “utopie” raggiungibili, è indispensabile coltivare il sogno del cambiamento e di tutte quelle libertà e diritti che danno dignità alla persona, quell’umanesimo che, a dirla con Pico della Mirandola, ti consentono, o uomo, di «rigenerarti nelle cose superiori che sono divine». E il diritto al lavoro è il primo ineludibile passo verso questa particolare dimensione.

9.

Lungo queste riflessioni, esiste oggi un “sogno dei sardi “, come nuova visione che dal presente s’irradia nel futuro? E su quali radici poggia, e da quale tradizione storica, culturale e politica attinge per tentare di affermarsi come volontà diffusa del popolo sardo?

Ecco, si tratta di interrogarsi e di dare pronte risposte come istituzioni e politica, come sociale, come cittadini, come sardi che hanno a cuore il presente e il destino dell’Isola.

Ne Il diritto di sognare di Riccardo Petrella si sostiene anche che «il ruolo del sogno non è di annunciare un avvenimento futuro […] Il sogno è sempre più visto e accettato come il rifiuto di subire il presente».

Certo, del sogno fa parte anche questo, ma c’è sempre un’aspettativa che insegue il rifiuto. Per la Sardegna, oltre le stagioni dell’Autonomia e della Rinascita, è urgente e indispensabile mettere in campo una strategia che su più versanti, economico, sociale, politico e istituzionale, dia il segno e il segnale del cambiamento. Apparirà chiaro allora come da tempo il popolo sardo possieda «il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza per possederla realmente».