Virus e libertà

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di Mario Medde

Libertà va cercando, ch’è si cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
Purgatorio canto I vv. 70-72

Non c’è dubbio alcuno. Il coronavirus va combattutto e sconfitto perché è causa di malattia e morte, e incide negativamente e pesantemente nelle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Senza distinzione alcuna, di censo, di colore della pelle, di sesso, di nazione e pure di età, a parte ovviamente le condizioni di salute e fragilità. È proprio per questa sua “democratica” caratteristica che la lotta per la vita viene ora assunta, quando il virus si diffonde come pandemia, magari con modalità diverse ma con una intensità senza precedenti.

Rispetto agli altri virus il covid19 ha imposto dunque un impegno, scelte e comportamenti che stanno segnando profondamente le abitudini, la vita quotidiana, e alcune delle fondamentali libertà individuali e collettive. Con differenze talvolta sostanziali tra le diverse nazioni. Si è a lungo discusso, e ancora si continua, sul modello di prevenzione del contagio e sulla cura degli ammalati, sui tamponi necessari e a chi farli, sulla tipologia delle mascherine, sull’inconsistente dotazione dei mezzi di sicurezza, sugli ospedali e sulle case di riposo come centro di focolai in tanti territori, sulle cause dell’enorme numero di contagiati e morti nel nord Italia, sulla impreparazione dei Governi, sulla Cina e sul suo Governo, responsabile di aver comunicato in forte ritardo il contagio e la sua pericolosità.

Un argomento che meriterebbe un supplemento di attenzione riguarda il rapporto tra la tutela della salute e della vita e la difesa della libertà e della democrazia anche nelle situazioni di emergenza, come l’attuale.

Le prescrizioni adottate dal Governo italiano,e quelle dei Governatori e Presidenti di Regione, ma anche dei Sindaci di molti comuni, hanno avuto come riferimento e copertura di legittimità un articolo della Costituzione che sancisce, in caso di gravi problemi sanitari, la possibilità di adottare scelte emergenziali, come ad esempio quelle riguardanti il diritto alla mobilità. Diversi costituzionalisti hanno sottolineato l’esigenza che i provvedimenti di restrizione della libertà debbano però essere limitati nel tempo e rispondere ai principi di proporzionalità, adeguatezza ed efficacia. Deroghe quindi, non provvedimenti indiscriminati, che richiedono, evidenziano ancora alcuni costituzionalisti, limiti e controlli al potere del Governo di incidere su diritti e libertà fondamentali.

I provvedimenti emanati dal governo attraverso Decreti del Presidente del Consiglio, successivamente al Decreto Legge di proclamazione dello stato di emergenza, non hanno, si sottolinea ancora, la legittimità necessaria; quei contenuti avrebbero dovuto essere infatti veicolati da norme aventi valore di legge. La limitazione delle libertà personali e collettive, ivi compresa la libertà d’impresa e il diritto alla mobilità, in quanto eccezioni allo stato di diritto, dovevano semmai avere l’approvazione del Parlamento e la firma del presidente della Repubblica, e solo per un periodo molto limitato. E ancora di più per il confinamento domiciliare, il cui obbligo non ha riscontro in diversi Paesi europei. I Decreti del Presidente del Consiglio sono infatti atti che non hanno valore di legge. Dunque, sostengono alcuni costituzionalisti, si è di fronte ad atti viziati da difetto di attribuzione, perché emanati in assenza di potere. Ancora di meno, anzi per nulla, dicono ancora diversi costituzionalisti, hanno valore di legge le ordinanze dei Presidenti e Governatori delle Regioni e dei Sindaci, su ambiti che non rientrano nelle loro competenze e funzioni, seppure validate dai Decreti del presidente del Consiglio. I contenuti di quelle ordinanze, tra le altre valutazioni possibili, impattano su norme di diritto costituzionale e di diritto penale.

Alcuni costituzionalisti, al contrario, affermano la legittimità degli atti del Presidente del Consiglio, ma con grande fatica perché piegano il diritto alla contingenza, che ovviamente varia a seconda di chi governa. Sostengono in sintesi che il Decreto legge emanato per la proclamazione dello stato di emergenza autorizzi conseguentemente i provvedimenti emanati con Decreti del Presidente del Consiglio; altri ancora ribadiscono che in emergenza il fine consenta di andare oltre i vincoli di natura formale.

Queste argomentazioni riguardanti il diritto, solo apparentemente di natura tecnica e specialistica, hanno però poca presa tra i cittadini che, di fronte al dilemma tra la vita e la democrazia, nell’immediato non hanno dubbi nell’accantonare la libertà e i principi costituzionali. A patto però che lo scambio tra libertà e provvedimenti restrittivi produca, e in tempi rapidi, effetti positivi per la salute e, nella fattispecie, per la sconfitta del coronavirus. Su tempi medio e lunghi, invece, e ci sono già consistenti segnali in tutto il Paese, le conseguenze potrebbero diventare drammatiche per le persone, le imprese, ma anche per lo Stato e il modello di democrazia.

Infatti, la validità dei provvedimenti adottati, se valutati sul piano dell’efficacia nella lotta al coronavirus, e dentro la logica inoppugnabile della salute prima di tutto, deve avere un tempo non lungo di verifica. Circa la tipologia degli interventi messi in campo dal Governo, salvo come già detto i rilievi di non pochi costituzionalisti e intellettuali sulla legittimità degli atti, e le polemiche sulla qualità e quantità delle risorse materiali e finanziarie messe in campo, non pare esserci grande contrasto nel mondo della rappresentanza politica. La stessa opposizione chiedeva, e ancora ribadisce, provvedimenti più stringenti, pur sollecitando un proprio coinvolgimento in fase di stesura e un ruolo attivo del Parlamento. Ma il tempo non è una variabile che va trascurata. Infatti le conseguenze del blocco delle attività produttive possono ridurre in estrema povertà una parte rilevante della popolazione; un aspetto, che va ribadito, questo della crisi, peraltro già in essere, e che sta covando profondo malessere tra i cittadini e gli stessi imprenditori. È in gioco anche la credibilità residua delle stesse istituzioni che hanno puntato tutto sulla parola d’ordine dello stare a casa, come condizione fondamentale per sconfiggere il virus. Una richiesta indiscutibile, ma ancora più vera perché una sorta di ultima spiaggia a causa degli enormi ritardi del Governo e delle Regioni (che non dimentichiamolo hanno una primaria responsabilità nella gestione della sanità a livello locale) nell’adottare le decisioni utili, e contestuali alla proclamazione dello stato di emergenza; quando cioè era ancora possibile circoscrivere e limitare il contagio, adottare la zona rossa per la Lombardia e per altri focolai territoriali, evitare la mobilità dei potenziali contagiati verso il sud con una gestione intelligente e non dilettantesca dei Decreti presidenziali.

Se il coronavirus dovesse assumere caratteristiche mutanti e persistenti, tali da richiedere ulteriori e lunghi periodi di confinamento domiciliare, di restrizioni delle libertà, e di blocco anche parziale delle attività produttive, diventerebbe inderogabile l’esigenza di rivedere, almeno in parte, il modello di lotta al virus e le stesse prescrizioni adottate. L’economia del Paese non reggerebbe infatti il peso delle limitazioni in atto nel mondo produttivo, e i cittadini, molti dei quali in regime di sussistenza e di povertà, non potrebbero più a lungo sopportare anche la limitazione della loro libertà. Lo Stato si troverebbe nella situazione di chiedere ai cittadini quel tanto, e molto, che non riuscirebbe più a offrire loro.

Una prospettiva che rischia di avverarsi se lo Stato, attraverso il Governo e le Regioni, non provvede subito a delineare e attuare una strategia di tutela della salute e di risposta alla crisi economica che oltre alla indispensabile e giornaliera conta dei morti, dei guariti, delle terapie intensive, dei contagiati, porti alla riapertura, in sicurezza, delle attività produttive, individuando le aree e i territori dove minore è il rischio, potenziando la prevenzione nei territori e nei comuni, generalizzando l’utilizzo dei tamponi, controllando la gestione della sicurezza negli ospedali e nelle case per anziani, e incentivando la responsabilità dei cittadini piuttosto che interiorizzando, con il controllo delle forze di polizia nelle strade e la limitazione delle libertà, timori e paure anche verso i poteri dello stato, piuttosto che rispetto verso la loro autorevolezza.

Si sostiene che senza queste restrizioni i contagiati e i morti sarebbero stati molti di più. Non si discute ovviamente la necessità delle distanze per evitare il contagio, e delle attrezzature di sicurezza, in primo luogo per tutti gli operatori della sanità. Il numero dei contagiati e dei morti nella Lombardia, non solo quelli ufficiali derivanti dalle comunicazioni degli ospedali, ma anche quelli stimati da altre fonti, portano forse a pensare a una eventuale riduzione, e tendenziale eliminazione del virus, dovuto a una sorta di “immunità di gregge“ piuttosto che alle prescrizioni limitative delle libertà.

Il Governo sostiene che in Europa e nel mondo stanno ora adottando il modello italiano di contrasto al covid19. Come già evidenziato, questo non è vero. Quel che appare è invece una generale impreparazione delle nazioni, salvo ridottissime eccezioni, che improvvisano variazioni sul tema del distanziamento sociale, senza arrivare ai limiti posti in Italia, o adottano misure di contenimento in linea con i propri modelli istituzionali autoritari o totalitari. Nelle realtà caratterizzate da sistemi istituzionali democratici l’obiettivo dovrebbe essere quello di non adottare o prolungare nel tempo provvedimenti che limitano così tanto lo stato di diritto e le libertà. Sul versante dei cittadini, nel breve periodo, il pericolo è l’assuefazione, e, in questa fase di generale e assolutamente comprensibile paura della malattia e della morte, la sindrome di Stoccolma che porta ad amare il proprio carceriere. La domanda che bisogna porsi è se e cosa resterà di questa esperienza, soprattutto sul versante dei diritti e delle libertà. Bisogna prepararsi ai mutamenti che già da oggi si notano, e molti non solo certo positivi, come lo sono l’improvvisa scoperta dell’importanza decisiva della sanità pubblica e la momentanea sospensione dei vincoli europei, del patto di stabilità e del pareggio di bilancio. C’è chi ricorda un fenomeno chiamato istèresi, detto anche fenomeno di ereditarietà, per cui il valore di una grandezza che è determinata da un’altra dipende anche dai valori che ha avuto in istanti precedenti. Un fenomeno dovuto a una sorta di inerzia delle particelle del sistema, che tendono a persistere nello stato in cui le ha precedentemente costrette l’azione della grandezza agente. Un fenomeno della fisica che bisogna assolutamente evitare per il “corpo“ del nostro Paese e della sua democrazia. Non per paura di una deriva assolutista, ma per per una crisi in senso restrittivo della democrazia rappresentativa a favore di poteri e funzioni centrali di natura oligarchica, e di satrapie a livello locale, come alcuni pruriti manifestati da diversi sindaci e Governatori fanno già intravedere.

Per quel che riguarda il ritorno alla normalità del lavoro e della produzione, scontata la lotta al virus, e un profilo alto con le necessarie precauzioni, molto dipende da noi, dalle diverse e molteplici parti del sistema Italia. Soprattutto in sede di programmazione e spesa delle risorse disponibili, e di investimenti da realizzare, con copertura in debito per avviare una fase di contrasto della recessione e per avviare poi una fase espansiva. Molto dipende dall’Europa che non pare ben disposta verso il nostro Paese, a parte le parole di circostanza e, per ora, alcuni interventi che non contribuiscono ad affrontare l’emergenza sanitaria, e tanto meno la crisi economica, che necessita di una forte e diffusa strategia dell’Unione e di ingenti risorse finanziarie, aggiuntive a quelle dei diversi stati e senza i vincoli previsti dall’utilizzo del MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità, il così detto Fondo salva Stati).

La Sardegna è certamente nel destino del Paese, ma anche dell’Europa. Sia sul versante della lotta al coronavirus che su quello della lotta alla recessione e per una fase di sviluppo e lavoro. Molto è però anche nelle nostre teste, e nella capacità dei sardi, e soprattutto delle leadership di migliorarsi in frangenti difficilissimi. Il problema non è semplicemente nella quantità delle risorse finanziarie disponibili, che pure contano tanto, ma nella capacità di infondere autorevolezza e credibilità nelle scelte, di spendere presto e con qualità le risorse a disposizione, riducendo al minimo la burocrazia, recuperando ulteriori risorse finanziarie attraverso prestiti obbligazionari e, laddove urgente, anche sforando sul debito, valorizzando l’intermediazione sociale, e avviando una nuova fase di autonomia con lo Stato, concretizzando un programma di rilancio del lavoro e di lotta alle povertà, attraverso politiche attive e formative e con un forte sostegno alle imprese, in termini di liquidità, ricapitalizzazione e di avviamento all’attività. Sarà un’attraversata nel deserto, e purtroppo non ci sono Mosè che ci conducano verso un nuovo periodo di maggiore libertà e sviluppo. Ma è su questa consapevolezza che bisogna affrontare il presente e costruire il futuro, sapendo anche che per la forza da mettere in campo dobbiamo attingere dalle lunghe vicende di libertà, resistenza e autonomia dei sardi.