nelle comunità interne della Sardegna

Raccontare le piccole comunità per recuperare il senso della resilienza e la speranza di un futuro positivo

di Mario Medde

1. La situazione delle piccole comunità della Sardegna è molto preoccupante

È necessario continuare a richiamare l’attenzione sui problemi dei piccoli comuni dell’Isola, sul fenomeno dello spopolamento e sulla tendenziale perdita di identità di queste comunità. La Sardegna centrale vive una sfida esistenziale che richiede non singoli interventi, ma una strategia integrata che connetta servizi, economia, infrastrutture, comunità e valorizzazione della loro storia e identità.

Le risorse esistono, ma occorre coordinamento, visione di lungo periodo e il coinvolgimento delle comunità locali. È però indispensabile andare oltre le analisi e la denuncia delle criticità: occorre mobilitare coscienze e rappresentanze politiche e sociali con iniziative adeguate, anche di lotta, quando l’azione istituzionale si dimostra insufficiente e inadeguata.

La situazione di questi centri e aree territoriali è molto preoccupante. Insieme a una evidente questione sociale — di povertà e di assistenza diffusa, indotta dalla crisi del lavoro e da nuovi modelli di vita che condizionano la crescita demografica — vi è negli squilibri territoriali e nello spopolamento l’altra emergenza rilevante della Sardegna.

Si tratta di un fenomeno che riguarda tutta l’Isola, ma in particolare le aree interne e i comuni minori. L’attenzione alle aree interne e alle periferie — sia come dimensione spaziale che sociale — è oggi un tema ricorrente nei media, e la stessa politica tenta di adottare risposte che non hanno però dato i frutti sperati.

Il problema riguarda soprattutto quei territori dove l’agricoltura, la pastorizia e la ruralità non sono garanzia di competitività economica, anche per via delle dinamiche produttive, delle scelte europee e delle politiche nazionali e regionali. In queste aree lo spopolamento assume le caratteristiche della tendenziale cancellazione di aggregati umani e culturali.

1.1 I dati dello spopolamento

  • Comuni sotto i 3.000 abitanti: 258 su 377 (68,4% del totale regionale)
  • Residenti nei piccoli comuni: 528.753, pari al 31,6% della popolazione regionale
  • Comuni a rischio estinzione: 31, entro un arco temporale di 10–60 anni
  • Popolazione aree interne nel 1961: 51% del totale regionale (19,4% in più rispetto ad oggi)
  • Aumento area costiera dal 1961: +52% della popolazione
  • Comuni < 5.000 abitanti nelle aree interne: 90% del totale
  • Comuni < 3.000 abitanti nelle aree interne: 83% del totale
  • Popolazione in età lavorativa (Sardegna): 48%, contro il 53% della media nazionale

Si osserva un lungo ma inesorabile processo di perdita identitaria. Molti antichi centri vitali si stanno svuotando — nella migliore delle ipotesi nel nucleo familiare rimane una sola persona anziana — con un effetto a “ciambella”: vuoto al centro, nuovi insediamenti nelle vecchie periferie, dove però poco permane delle relazioni umane e sociali che caratterizzavano la comunità del paese.

Una sorta di nuova identità urbanistica, ma socialmente informe e liquida, con un processo di privatizzazione spesso privo di contenitori di legami e relazioni comunitarie, soppiantate talvolta da occasionali sagre culinarie o da appuntamenti pseudo-identitari.

1.2 Le cause strutturali

È del tutto inutile offrire semplici bonus per incentivare la permanenza nelle aree a rischio, se non si affrontano le cause profonde dello spopolamento. Tra i fattori più rilevanti sono da segnalare:

  • L’assenza o carenza di infrastrutture materiali e immateriali (reti di connessione, trasporti, servizi digitali).
  • Le difficoltà nel godimento dei servizi primari: sanità, scuola, assistenza sociale.
  • La scarsità di opportunità di lavoro per mancanza di adeguate realtà produttive locali
  • L’assenza di normative costruttive e di riuso che contrastino il degrado degli immobili abbandonati.
  • Le irrisolte problematiche dell’allevamento e il vuoto delle politiche per le aree rurali.
  • La trasformazione culturale e degli stili di vita delle persone e delle famiglie.

1.3 La risposta deve essere integrata e partecipata

Il rischio antropologico è reale: la perdita di identità di un aggregato sociale e di un ambiente minati non solo dalla trasformazione dei modelli di vita, ma anche dalle scarse opportunità che il territorio offre per effetto di errate scelte politiche e istituzionali. Questo non determina nelle persone né la positiva percezione del proprio passato né la speranza nel futuro.

Ci troviamo di fronte a una realtà che necessita di provvedimenti legislativi, di misure e strumenti adeguati, e di impegni finanziari capaci di colmare le diseconomie dell’Isola: per sostenere il lavoro e le imprese, per l’inclusione sociale attraverso politiche attive per il lavoro e la formazione, per una nuova ed efficace politica di welfare territoriale.

Questi obiettivi vanno programmati e attuati con l’apporto delle comunità e con un forte coinvolgimento delle rappresentanze economiche e sociali. In una realtà come quella sarda — caratterizzata da difficoltà obiettive e vincoli di diversa natura — superare questi ostacoli richiede unità di intenti, capacità programmatiche e attuative sia a livello locale sia regionale e nazionale.

2. La memoria come forma di custodia civile e identitaria

Tre libri sulle piccole comunità

A questa realtà fanno riferimento tre miei libri che propongono una piccola comunità dell’interno della Sardegna come emblema dei paesi demograficamente minori dell’Isola. Il filo conduttore che attraversa tutti e tre i volumi è la memoria come atto di resistenza culturale e identitaria, intrecciata indissolubilmente con il genius loci del paese d’origine.

La memoria come forma di custodia civile e identitaria, il rapporto tra le positive esperienze individuali e la storia collettiva, diventano uno stimolo capace di alimentare e sostenere i progetti e le capacità attuative delle comunità dell’interno della Sardegna.

I tre libri, attraverso il racconto, intendono restituire dignità narrativa a luoghi e persone che la demografia e le politiche rischiano di cancellare.

2.1 Antiles — Iskra, 2012

Antiles

Il titolo sardo indica gli stipiti in basalto, le soglie, le porte. Ho scelto questo titolo perché gli “antiles” sono gli architravi, i varchi che attraverso i quali si entra in un territorio, ma anche in una cultura, in un ambiente sociale, in un momento della vita che conserva intatto il sapore delle cose care, il sentore di una casa che si continua ad amare anche quando se ne è stati sradicati.

Il libro, strutturato come una sequenza di soglie da valicare, muove da una citazione di Agostino d’Ippona sul rapporto tra segni e significati: le immagini impresse nella memoria sono documenti di cose percepite precedentemente, ma sono documenti davvero solo per ciascuno di noi.

La memoria, dunque, non è trasferibile in modo neutro — è profondamente soggettiva, radicata nei luoghi. Il paese che evoco — Norghiddo/Norbello — esiste solo per chi ricorda una fanciullezza luminosa e colorata, che si può rivivere non attraverso le cose ma solo partendo dai luoghi che suscitano emozioni.

Non i luoghi di oggi, tanto diversi, ma quelli della memoria: quelli che evocano le mille immagini di allora, lampi di luce, flash che illuminano i fatti vissuti e li sottraggono all’oblio.

2.2 Imago mundi. Di carne, d’acqua e di pietra — Taphros, 2024

Imago mundi copertina

Il titolo latino — “immagine del mondo” — identifica il paese sardo come microcosmo universale. I racconti di carne, d’acqua e di pietra sono parte della memoria di un mondo, quello dei piccoli paesi della Sardegna, dove i ricordi vengono filtrati e recuperati per raccontare qualcosa e qualcuno nella speranza che durino nel tempo.

In questo libro viene approfondito il tema del nostos, il desiderio grecodi ritorno: per chi è vissuto in un paese, è facile identificarlo come custode dei propri anni. Chi ha avuto la fortuna di tornare ne capisce ancora di più il significato.

È l’ansia che domina soprattutto chi si allontana, il nostos dei Greci. Non è solo il desiderio, talvolta struggente, del ritorno: è la voglia della piccola patria, un luogo che gli antichi Latini definivano genius loci — lo spirito del luogo, un insieme identitario in cui anche noi e il nostro vissuto siamo inclusi, dove nessuno in vita si sente anonimo, ma parte di un tutto.

2.3 Anni giovani. Il sogno di una cosa — Taphros, 2026

Anni Giovani copertina

Nell’ultimo libro della trilogia viene esplicitamente ripresa la formula marxiana Il sogno di una cosa, che Pier Paolo Pasolini usò per il suo romanzo giovanile del 1948–49, dove i giovani protagonisti, delusi dalla miseria e dalla repressione delle lotte sindacali, cercano riscatto emigrando in Jugoslavia per inseguire l’ideale socialista. Stanchi e disillusi, ritornano in Friuli evidenziando un profondo attaccamento alle proprie radici.

Riprendo quella tensione — la gioventù come stagione del sogno collettivo, del desiderio di cambiamento sociale — calandola nel contesto sardo degli anni della mia formazione. Il sottotitolo segnala lo slittamento dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza, con la politica, il sindacato e gli ideali che si fanno progressivamente strada nella coscienza del protagonista.

È il volume nel quale dal racconto emergono la maturazione civile e l’impegno sociale come elementi che contribuiscono ad affrontare e risolvere i problemi della comunità e del territorio. Il cerchio si chiude: dalla memoria individuale dell’infanzia all’azione collettiva, dalla custodia del passato alla costruzione del futuro..

3. Dalla memoria al progetto

Tutti e tre i libri si propongono come un contributo alla costruzione di una narrativa collettiva capace di restituire alle comunità dell’interno della Sardegna la consapevolezza del proprio valore e la fiducia nelle proprie possibilità.

Sono convinto che la memoria individuale, quando viene condivisa e riconosciuta come parte di una storia comune, diventa strumento di coesione sociale e motore di resilienza. Raccontare i luoghi significa non rassegnarsi alla loro dissoluzione, ma rivendicare il diritto di quelle comunità a esistere, a trasformarsi, a scegliere il proprio destino.

La sfida allo spopolamento e al declino identitario delle aree interne sarde non può essere affrontata soltanto con politiche economiche, pur necessarie. Richiede anche una riappropriazione del senso della comunità, della continuità tra generazioni, del legame tra chi è rimasto e chi è partito. La letteratura, in questo senso, compie un lavoro che nessuna misura amministrativa può sostituire: restituisce alle persone il significato di ciò che sono e di ciò che possono ancora diventare.

Il sogno di una cosa non è mai completamente perduto finché c’è qualcuno disposto a raccontarlo.